Il nuovo Ulivo? Uno sbadiglio ci seppellirà. Mandiamoli tutti a casa questi leader tristi del Pd”. Non sono parole di un grillino, di un epurato democratico. Ma è l’opinione di Matteo Renzi, sindaco di Firenze ed emergente del Partito Democratico. Nell’intervista rilasciata domenica a Repubblica il sindaco non le manda a dire. “Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio – aggiunge – dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi“.

Qualunquismo?; arrivismo?; esaltazione? Renzi passa come uno “antipatico”. Eppure del 35enne sindaco tutto si può dire, tranne che non parli chiaro e, soprattutto, che non si prenda i suoi rischi: nel 2008 era già pronta per lui una carriera da grigio politico di seconda fascia nelle file democratiche. Lui, invece, rischiando, sfidò i maggiorenti locali e nazionali del Pd, si presentò alle primarie e le vinse, per entrare di lì a poco da trionfatore a Palazzo Vecchio.

La scorsa settimana Bersani ha lanciato una fumosa proposta di un nuovo Ulivo pronto al doppio cerchio. Altrove ci siamo interrogati sul piano bersaniano, e lo stesso Pierluigi-ma-siamo-matti-Bersani ha ammesso domenica: “in effetti ho parlato in politichese”. “Berlusconi ha fallito e noi stiamo a giocare ancora con le formule, le alchimie delle alleanze – la replica di Renzi – un cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo… I nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show. Pensando: ma quando si sveglieranno dall’anestesia?“.

Forse nelle piadìnerie delle feste dell’Unità l’attacco del primo cittadino di Firenze ha creato sgomento: “Il popolo di centrosinitra spera in Bersani” la difesa del segretario torinese. Ma su Internet i commenti sono diversi, “Renzi è un sindaco ganzo” uno dei tanti commenti che si può leggere su Twitter.

Un attacco di tale portata, comunque, non poteva non provocare altre reazioni. Oggi, sempre dalle colonne di Repubblica, a rispondere al sindaco Pd è Debora Serracchiani, diventata nota sul web dopo un intervento fiume ad un’assemblea democratica e poi deputato a Strasburgo “più votata di Papi” nelle europee del 2008 (nonché blogger del nostro Fatto). Debora dice di condividere “tante cose” della “provocazione” di Matteo Renzi, ma poi chiarisce: “Mandiamo a casa i vertici del nostro partito, e poi? Chi li sostituisce?”. I giovani democratici, per la Serracchiani “devono crescere insieme, fare squadra” ma, ribadisce, “il tutti a casa non mi piace, non mi convince. Non è questione di rottamare i leader attuali, come vorrebbe Matteo. Del resto se stanno là qualcuno li ha voluti”. Quindi la soluzione è quella di far scegliere agli iscritti “tra diverse possibilità”. Con un avvertimento: “Se lo spazio non ce lo danno, ce lo prendiamo” anche se “prima di sbadigliare” bisogna dare almeno un’occasione, mettere alla prova, “questo nuovo Ulivo lanciato da Bersani”.

La questione dei giovani, del ricambio generazionale, dello spazio da conquistare, è tanto annosa da essere diventata, anche questa, di una noia mortale. Epperò la politica, a tutti i livelli – tra schieramenti così come tra correnti – è, alla fin fine, lotta per il potere (pur – quando non è affarismo – nel quadro di una visione da affermare). Non a caso anche i “vecchi” democratici, quelli che Renzi vuole mandare a casa, sono stati “giovani”, e anche loro hanno combattuto per mandare a casa chi deteneva il potere prima di loro (una per tutti, la guerra vinta da D’Alema – e a quarant’anni – contro Occhetto).

In questo paese, c’è un terribile bisogno di innovazione. Ma  l’innovazione o parte della politica  –  per poi arrivare a cascata su tutti i settori della società – o non parte. E una cosa è sicura: non si innova e non si rinnova senza rischiare. Proprio quando ai vecchi capi salta la mosca al naso, vuol dire che probabilmente si è sulla strada giusta.