Sono in Francia da qualche giorno e guardo le notizie italiane attraverso il “Corrierone”, che arriva con un giorno di ritardo all’edicola di una piazza bretone dal selciato disconnesso. Sono quindi in ritardo con le mie reazioni, ma il quotidiano del pavido De Bortoli è così sconsolatamente diventato il megafono del governo Berlusconi-Bossi, da convincermi che le notizie che avrò domani non si discosteranno dalla cantilena che si intonava ieri dalla prima all’ultima pagina (a proposito, dove sono finiti i prestigiosi, una volta, corrispondenti internazionali del quotidiano milanese?). Così, posso inviare questo post senza preoccuparmi di non essere “in tempo reale”. Altro sarebbe qui, dove la situazione appare più fluida, al punto da dar luogo a dibattiti e inchieste televisive: France1 reagisce in modo duro alla proscrizione di Sarkozy nei confronti dei Rom e si interroga su quanto la Chiesa locale soffra dello strame evangelico che le propina una destra qui in affanno, ma che invece in Italia è blandita incondizionatamente attraverso le televisioni e i monsignori che fanno i mezzibusti di mestiere.

Ma torniamo al Corriere: in prima pagina la notizia della posizione critica di Napolitano nei confronti della Fiat per lo sciagurato diniego al pieno reintegro dei tre operai di Melfi è stemperata da un’intervista di pari rilievo – udite, udite! – al ministro Gelmini, formidabile esperto di relazioni industriali e di diritto del lavoro. Sono così sorpreso, che rivado ai miei ricordi di qualche tempo fa. Per due anni ho incrociato Mariastella nei corridoi del Consiglio Regionale della Lombardia, dove entrambi eravamo stati eletti. Se avesse prestato ai lavori consiliari un’attenzione pari alla cura per i suoi capelli e i suoi tailleur, tutti e ottanta i consiglieri la ricorderemmo ancora. In verità, io non l’ho mai sentita intervenire né in aula né in commissione e quando ormai mi davo pena che fosse sordomuta, venivo redarguito perché non ero al corrente delle sue frequentazioni “in alto”. E, infatti, l’ho vista proiettare nell’empireo romano, nientemeno che alla cura dell’educazione futura dei miei nipoti, cui sono affezionatissimo e per cui sono davvero preoccupato. Ma, da inguaribile ex-sindacalista, mai avrei pensato che potesse chiosare Marchionne e il suo “coraggio” nel tenere lontano dalle catene (in senso produttivo) tre suoi operai reintegrati dal giudice in base alla legge dello Stato italiano. Credo che c’entri direttamente De Bortoli nell’ispirazione venuta a Maristella. Chi altro, se non il direttore, avrebbe potuto dar tanto credito a una che non ha mai incontrato operai e che in un’intervista in prima pagina del più conosciuto organo di stampa nazionale afferma che la Cgil “metterebbe tutti gli imprenditori al rogo”, tanto per preparare la discesa di Marchionne nell’arena di Comunione e Liberazione a Rimini? Già, con lo stesso maglioncino da Obama a Formigoni…

Che storie, questa classe dirigente nazionale! Sempre pronta ad avvinghiarsi al più forte per scaricare le responsabilità della non uscita dalla crisi sulle spalle di quelli che la subiscono, e che comunque continuano a battersi per non rimetterci anche dignità e libertà! Dice la ministra: “vanno rispettate le sentenze, ma anche le aziende”. Perbacco! Più le une o le altre? Come a dire che se anche l’azienda viene “sentenziata” ha, al contrario di qualsiasi altro soggetto, diritto a procedere come le pare. In nome, sempre secondo l’ineffabile, “della competitività globale e del diritto agli utili”, la nuova buona novella che accomuna Marchionne, Sacconi, Lupi e Formigoni. I quali sono così convinti che l’impresa trascenda il diritto, da non essersi accorti, assieme a Bossi e Maroni, che l’illegalità e la corruzione hanno ormai pesantemente inquinato proprio al Nord ricco l’ambiente in cui nuota un’economia che non riconosce più il valore sociale del lavoro e vorrebbe che il sindacato fosse semplicemente alle dipendenze della direzione aziendale, qualunque strada essa intraprenda. Un brutto sogno, da cui non ci faranno certo risvegliare De Bortoli e la Gelmini, e tanto meno Bonanni e Angeletti . E, temo, neppure la Cgil, se non fa quadrato con la Fiom e non usa tutto il suo prestigio per ottenere giustizia e non , come le si chiede da troppe parti, soltanto per mediare.