Seth Godin, autore di bestseller internazionali e guru del marketing, qualche giorno fa ha posto al mondo dei lettori del suo blog la fatidica domanda: serve ancora avere un editore tradizionale? Il ragionamento di Godin è semplice: se oggi un autore, attraverso un uso competente del web, può raggiungere in maniera molto rapida un pubblico dieci o cinquanta o cento volte più grande di quello che toccherebbe con i suoi libri stampati, perché continuare a delegare all’editore il ruolo di intermediario fra sé e i lettori?

La stessa domanda mi svolazzava nella testa da un bel po’ di tempo. La capacità di penetrazione della rete è infinitamente più forte della classica distribuzione editoriale, e il rapporto tra autore e pubblico ha subìto negli ultimi anni una mutazione epocale, i cui effetti, a mio parere, non sono stati ancora correttamente decifrati dagli addetti ai lavori. Nel mondo dei blog, autori che stenterebbero a vendere cento copie cartacee del loro ultimo lavoro riescono a raggiungere tranquillamente migliaia di lettori ogni giorno, magari proponendo loro le stesse cose che, d’altra parte, si sforzano di far accettare a editori poco inclini a scommettere su un nome pressoché sconosciuto ai frequentatori di librerie. Eppure, nonostante i numeri, sembra che pubblicare un libro nella maniera tradizionale continui ad essere un discrimine netto che condiziona il giudizio di un lettore, come se il libro cartaceo custodisse ancora in esclusiva un diritto di autorità che ci rende informati del fatto che abbiamo a che fare con un autore “vero”, e non con un apprendista.

Ho parlato coscientemente di un “diritto di autorità”, perché sembra che i contenuti di un testo, siano essi politici, narrativi, saggistici, o poetici, per essere accolti come si conviene nell’immaginario del lettore, debbano ricevere il crisma di un’autorità costituita. Queste, volenti o nolenti, sono le regole del tempo in cui viviamo. Il web, tuttavia, ha permesso a molti “autori senza autorità” (trovo particolarmente stimolante questo gioco di parole) di costruirsi col tempo il prestigio e la reputazione necessari a far da sé.

Esiste una questione economica in ordine ai bestseller, si capisce. Ma è, a parer mio, secondaria. Se non altro perché riguarda l’un per cento degli autori i cui libri, oggi, troviamo regolarmente esposti sugli scaffali delle librerie (è forse più alta la percentuale di chi, dalla vendita dei propri libri, guadagna denaro in maniera percettibile?). Anzi, considerato che esiste un mercato fiorente di vanity press – o, come si chiama qui da noi, di editoria a pagamento – gli unici che ci guadagnano, a ben vedere, sono ancora una volta gli editori.

Spesso mi sento chiedere: “Perché, delle cose che pubblichi sul tuo blog, non fai un libro?”. Di solito a questo genere di domande rispondo sempre allo stesso modo: “Se hai già letto quelle cose sul mio blog, perché senti l’esigenza di vederle stampate sulle pagine di un libro? Hai davvero intenzione di leggerle due volte?”. La domanda del lettore in realtà nasconde ancora una volta il vero nodo del problema, ossia la questione del riconoscimento dell’autorità. Nel comunicarmi che secondo lui quelle cose hanno la dignità minima richiesta per raggiungere lo “status” di libro, il lettore non fa altro che dirmi qualcosa che suona un po’ come: “se le leggo su un monitor, senza nemmeno pagare un prezzo di copertina, allora non vale”.

La fine del libro o la libertà del libro, ritoccando il titolo di un celebre saggio di Hans Belting sulla fine della storia dell’arte, passerà forse attraverso l’attribuzione di un nuovo status di autorità. Accadrà dunque che potremo fare a meno degli editori solo quando un’entità di prestigio (forse i critici letterari investiti di un nuovo ruolo, forse i cronisti di terze pagine on-line, o addirittura – perché no – la scuola in una versione seriamente riformata), con una scelta deliberata, tratteranno i contenuti pubblicati sul web alla stessa maniera con cui si esaminano oggi le pubblicazioni tradizionali. Quale sarà allora il peso degli editori nel nuovo scenario? Continueranno a orientare il mercato e a disporre a loro piacimento delle produzioni letterarie, dei generi e delle idee degli scrittori, o saranno costretti a ripiegare su stessi e a restituire agli autori quella che Orwell (e non solo) riconosceva come uno dei pilastri della civiltà occidentale, la libertà intellettuale?