Gianvito Plasmati è ancora, contrattualmente, un giocatore del Calcio Catania. L’attaccante aveva presentato istanza, chiedendo lo svincolo al 30 giugno 2010, ritenendo di non aver mai firmato il rinnovo di un anno con il club etneo. Ma la Commissione Tesseramenti della Figc lo ha respinto dando ragione alla società rossoazzurra, difesa dagli avvocati Eduardo Chiacchio e Michele Cozzone. La sentenza della Corte di Giustizia Federale, prevista per il 30 agosto, potrebbe essere determinante per il Catania e per futuro del giocatore.

La notizia che leggete è apparsa qua e là nella calda estate di Balotelli e Ibrahimovic, a partire da inizio luglio. A un addetto ai lavori di cose cestistiche come il sottoscritto, ha ricordato un’altra vicenda di un’estate passata.

La Commissione Giu­dicante della Fip ha emesso ieri la sentenza sul caso-Sca­fati (accusata di aver depositato il contratto di Ruben Wolkowyski con cifre inferiori a quelle pattuite), iniben­do per tre anni il dirigente Marco Conte, e infliggendo al club campano 7 punti di penalizzazione (per responsabi­lità oggettiva in atti di frode sportiva), da detrarre però al­la scorsa annata di Serie A.

La notizia calcistica è relativa all’agosto 2010, quella cestistica allo stesso mese del 2008.

Ovviamente non sono in grado di entrare nel merito delle due vicende. Non so cioè se le firme contestate siano autentiche o meno e se davvero siano stati manipolati dei contratti. Meglio, so che sono stati manipolati ma non so, e non mi interessa, stabilire da chi.

Credo di sapere però che si tratti di questioni serie, tanto che se ne occupa perfino il Codice Penale alle voci “falso materiale”e “firma apocrifa”.

E tornando al caso Plasmati, che ci sia qualcosa di particolarmente grosso è del tutto pacifico, anche a mero livello logico.

O la firma del giocatore è falsa infatti, ed il Catania in questo caso si sarebbe macchiato di un reato di enorme gravità apponendola in maniera fraudolenta.

Oppure è autentica, ed in questo caso sarebbe stato il giocatore a commettere una violazione di identica, elevatissima gravità.

Ma l’aspetto interessante della vicenda, a mio avviso, non è legato all’accertamento delle responsabilità (sempre che sia possibile farlo).

Il punto è che manca nello sport (e non solo …) una forma di evoluzione del controllo di legalità. Una sua capacità, oltre che di educare e reprimere, anche di levare armi all’illegalità diffusa.

La letteratura specialistica è concorde nel segnalare il vantaggio quasi sempre incolmabile che il doping mantiene nei confronti dell’anti-doping, e in molti casi sembra che la storia si ripeta.

Come testè ricordato, falsificare un contratto o contestarne falsamente la contraffazione è gravissimo. Nel momento in cui avviene qualcosa di così macroscopico, si deve prendere atto di un degrado preoccupante, da combattere sul piano culturale e normativo con forza.

Mi permetto anche di aggiungere che sul primo versante noi operatori dell’informazione potremmo e dovremmo fare qualcosina di più. Prova ne sia che, rispettando massimamente le legittime scelte editoriali, non sono stati proprio versati fiumi di inchiostro sul caso di specie.

Ma non ci dovrebbe fermare qui.

Il caso di Scafati nel 2008 sembrava già suggerire ampiamente di mettere mano alla materia. E le ampollose e confuse pratiche che portano troppo spesso una sola delle due parti al deposito presso Federazioni o Leghe di un contratto, non paiono giocare a favore della trasparenza (eufemismo).

Eppure la faccenda parrebbe ampiamente risolvibile con elementari misure procedurali. Impedendo cioè alla fonte il verificarsi di deprecabili casi del genere.

Tramite la doppia firma autentica di un notaio per esempio. Oppure con un deposito autorizzato solo alla presenza della controparte, con riconoscimento incrociato e contemporaneo quindi delle rispettive firme davanti ad un terzo garante.

Dico due cose davvero di primissimo acchito, che vanno nella direzione di una giustizia di sostanza e preventiva. Che prenda a cuore persone e parti rispettandole con la celerità e l’attenzione. Che abbia nel mirino la regolarità di quello che succede, un valore più alto degli interessi singoli.

Invece il sospetto, o qualcosina di più, è che nello sport (e non solo …) si pratichi un diritto in cui trionfano forma e valutazioni ex-post.

Così facendo si lasciano, più o meno dolosamente, zone grigie e sacche di incertezza. Facili da riempire per chi ha cattive intenzioni, con enorme danno per la collettività. Che si chiami campionato di calcio o basket oppure, in senso più lato, società.

Un bel paradosso per un paese che conta su sessantasseimila leggi…