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Cervelli in fuga | di Chiara Avesani | 20 agosto 2010

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Le università italiane non lo ritengono idoneo Lui vola in Scozia e diventa docente ordinario

Storia da cervelli in fuga quella di Sergio Porta, che con gli stessi titoli, rifiutati nel nostro paese, si sta costruendo una importante carriera accademica all'estero

Per l’Italia i suoi titoli “non sono idonei” nemmeno per accedere agli orali del concorso da  associato. Con le stesse pubblicazioni nel Regno Unito è diventato “Professor of Urban Design”. Questa la paradossale storia di Sergio Porta, per sette anni ricercatore al Politecnico di Milano, oggi  professore ordinario all’Università di Strathclyde, a Glasgow. Un posto di prestigio, il grado più alto del sistema universitario britannico, ma Sergio Porta se ne sarebbe rimasto volentieri a casa sua, se il nostro paese gli avesse offerto le stesse possibilità.

“La mia scelta ha dei costi personali grandi, grandissimi. E’ una decisione che si tenterebbe di non fare, se si potesse”. Poi spiega: “A volte sembra che trasferirsi all’estero sia una scelta glamour, invece si pedala controvento. Questo è un mito che bisogna sfatare. Io ho intorno casi di sofferenza perché sono decisioni che portano anche a una crisi nei legami.  Molti si fermano in Italia perché non ce la fanno a correre il rischio ed è comprensibile. Chi resta, però, ti vede stereotipato. Spesso si ritiene che andare all’estero sia una scelta di comodo, ma tanti sarebbero contenti di non farla se potessero”.

Una decisione che Sergio Porta non ha preso a cuor leggero, ma solo dopo aver cercato di costruire la propria carriera in Italia. Però per anni i concorsi universitari non sono stati banditi. Poi, nel 2008 il ministero li aveva aveva finalmente aperti e Sergio Porta si era iscritto in tre sedi: Roma, Torino, Milano. “Qualche settimana fa ho ricevuto una e-mail dalla commissione del Politecnico di Torino nella quale si comunica che i miei titoli e le mie pubblicazioni sono insufficienti persino a sostenere le prove orali per professore associato. Questo avviso giunge due anni dopo la mia iscrizione al concorso. Da Roma e Milano non ho ancora nemmeno ricevuto una risposta. In quel periodo avevo inviato gli stessi titoli in Inghilterra dove ho vinto il concorso da professore ordinario. Oggi lavoro lì.”
I risultati si fanno attendere perché il ministero ha sospeso per lungo tempo tutti i concorsi, in attesa di una riforma delle regole di assunzione dei docenti universitari. “Ho scoperto dai giornali che erano stati bloccati i fondi per i concorsi – racconta Sergio Porta -. Nelle distruttive riforme dell’Università di questi anni ci sono solo tagli. Io non ci vedo nemmeno un coerente disegno ideologico. I cambiamenti voluti da Letizia Moratti prima, e Mariastella Gelmini poi, sono solo per far cassa. Il fine è sempre quello di precarizzare la posizione dei ricercatori per un risparmio economico. Certo, sprechi in università ce ne sono, ma queste riforme non vanno a incidere su quelli”.

Tra i problemi che andrebbero affrontati nell’università italiana c’è sicuramente la questione delle selezioni. “Come per molte cose il dramma è che non c’è indignazione. Lo sappiamo fin dall’inizio che la questione del merito da noi non esiste”, dice Sergio Porta. “In Italia non ti allontani mai dalla tua università madre anche quando qualche scatto di carriera avviene in altri atenei. Qui nel Regno Unito, invece, le promozioni sono meno legate a giochi di potere e i candidati interni all’ateneo vengono sempre scartati. C’è uno stigma contro chi fa carriera internamente. Non ci sono norme che lo prescrivano, ma è una questione culturale ancora prima che legale”.

Lavorare all’estero, anche se doloroso, può essere uno strumento utile per chi fa ricerca? “Certo. Il fenomeno di cui parlo, però, non è lo studio all’estero per approfondire le proprie conoscenze, è una scelta obbligata da certe condizioni per fare carriera. E’ diverso se ti sposti all’interno di un’area di eccellenza per studio. Qui invece ci si muove da un’area marginale, come l’Italia, a un’area di eccellenza. Tutto questo mi fa molto arrabbiare”. Sergio Porta spiega che negli ultimi anni  la situazione si è aggravata: “La fuga ha subito una impennata. E l’anomalia si nota da un punto di vista statistico: all’estero ci sono molti più lavoratori stranieri rispetto a quelli che vengono in Italia. In Francia c’è una ondata italiana, in Spagna un movimento di massa. Eppure, chiunque verrebbe a ruota in Italia se ci fossero le condizioni economiche e di meritocrazia.  Se ci fosse davvero possibilità di fare ricerca l’Italia attirerebbe moltissimi studiosi con un indiretto beneficio economico. Quello che la politica del nostro Paese continua a non vedere è che la ricerca è un investimento con ripercussioni positive sull’economia”.

Sergio Porta per sette anni ha insegnato come ricercatore al Politecnico nel DiAP, Dipartimento di pianificazione di Milano. “Ci tengo molto a precisare che io stavo davvero bene nel dipartimento di Milano. Era un corso di pregio che attirava studenti. Mi è pesato fare questa scelta. Ho un figlio che ha 14 anni e ora studia in una scuola inglese e la mia compagna è in Italia”. Oggi descrive la sua situazione così: “Un altro cervello fuggito. Costi umani altissimi, famiglia a pezzi, ma grande esperienza professionale. E fare e rifare bilanci per cercare di concludere che non era meglio rassegnarsi al piccolo cabotaggio e pensare agli affetti. A volte senza riuscirci”.

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