Pubblicato qualche settimana fa il IX rapporto di monitoraggio del diritto-dovere condotto dall’Isfol per conto del ministero del Lavoro.

Un’interessante fotografia che molto ci racconta sul tema della dispersione scolastica e si basa sulla redazione di rapporti regionali di monitoraggio: solo 14 regioni dispongono di un proprio sistema informativo e quello della mancanza di un’anagrafe nazionale continua ad essere un problema nella efficacia della lotta alla dispersione.

Un fenomeno che, al di là delle tragiche conseguenze sui destini individuali, rappresenta un problema per la collettività, producendo danni economici rilevanti e a lungo termine. Non a caso uno dei 5 obiettivi della strategia di Lisbona – fondata sull’idea grande di basare la costruzione dell’Europa sulla stabilizzazione di un’economia della conoscenza – fu proprio quello di dare risposte a questa piaga, limitandone l’incidenza nei Paesi membri. L’Italia (nonostante qualche miglioramento) continua a registrare un allarmante numero di abbandoni.

Oltre 117mila ragazzi tra i 14 e i 17 anni non hanno seguito, durante il 2008, alcun tipo di attività formative. Uno dei problemi è il malfunzionamento, o – talvolta – l’inesistenza, delle anagrafi regionali, che hanno individuato solo 31mila di questi dispersi. Nel 2008 erano iscritti ai percorsi triennali (organizzati presso gli istituti tecnici e professionali in compartecipazione con le agenzie formative, o unicamente dalle agenzie formative) 153mila ragazzi, più di 100mila presso le agenzie, 52mila presso le scuole. Si tratta di giovani avviati all’ottenimento di una qualifica professionale: derogando all’art. 33 della Costituzione, che prevede che il sistema scolastico sia costituito da scuola statali e paritarie, non da soggetti ulteriori come le agenzie formative, si definisce conseguimento dell’obbligo allo stesso modo l’aver frequentato un biennio di liceo, l’aver frequentato questo “sistema misto” e, da quest’anno, persino aver affiancato a un anno di scuola un anno di apprendistato.

La diversificazione dei percorsi di raggiungimento dell’obbligo di istruzione che, proprio in virtù di quanto ho detto in precedenza, non può chiamarsi “scolastico”, è fortemente sostanziata e marcata su base socio-economico-culturale.

È così che la scuola, rinunciando alla sua funzione di “ascensore sociale”, immobilizza destini e non rappresenta più uno strumento di emancipazione. I 117mila 14-17enni fuori dai percorsi formativi hanno certamente provenienze sociali svantaggiate: ce lo dimostreranno esplicitamente, come sempre, le evidenze delle ricerche che seguiranno, che ogni anno evidenziano lo stretto (e ovvio) rapporto tra origini sociali e insuccesso scolastico.

Inoltre, l’esame della disaggregazione territoriale dei dispersi mostra che la percentuale più elevata si trova al Sud e nelle isole. Oltre 71mila di loro sono meridionali, il che significa che solo in quella zona del Paese si trova oltre un disperso su 2.

Va sottolineato che tra il 2007 e il 2008 si è registrato un aumento delle iscrizioni ai percorsi di formazione professionale del 9.5%.

Se da una parte il dato può incoraggiare nell’individuare in questo sistema un’alternativa alla dispersione scolastica, dall’altra esso conferma la definitiva sconfitta della linea della scuola per tutte e per tutti senza se e senza ma.

Nonostante l’Europa sia andata in quella direzione (ricordo che l’Italia è il Paese con il più basso obbligo scolastico), continuiamo a preferire un percorso precocemente professionalizzante ad una dimensione interamente culturale.