“È troppo chiedere anche al Corriere, che ha sempre fatto della completezza dell’informazione una propria bandiera, di informare anche i propri lettori di quanto stanno rivelando alcuni quotidiani nazionali?”. Bondi chiese, De Bortoli obbedì. La svolta avvenne il 2 agosto. E’ da quel giorno che l’assedio squadristico a Fini sul caso-Montecarlo – sino ad allora montato da due testate nella disponibilità propagandistica del Cavaliere – è diventato, con l’autorevole e attivissimo apporto del Corriere della Sera, il più grande caso giornalistico e politico del nostro Paese. Esattamente come voleva e aveva bisogno che fosse il Cavaliere, datore di lavoro di Bondi.

Nel bailamme di questi giorni, fra manganellate mediatiche e precisazioni reticenti, fra strumentalizzazioni politiche ed evocazioni ricattatorie, è stato ingiustamente poco rilevato il ruolo decisivo svolto in questa vicenda dalla più rinomata testata giornalistica italiana, “espressione della borghesia illuminata”. Una testata e un gruppo di cui si conosce il delicato equilibrio aziendale, attribuito alla provvidenziale convergenza degli interessi rappresentati dal banchiere “berlusconiano” Pellegrino Geronzi con le “sensibilità” universalmente intitolate al banchiere “prodiano” Giovanni Bazoli. Di qui, si disse, la nuova direzione di Ferruccio De Bortoli nell’aprile del 2009. E le pagine del Corriere, in questi quindici mesi, hanno effettivamente mostrato quanto sia difficile coniugare il rigore informativo con le ricadute di un equilibrio politico-azionario precario del tipo di quello cui fa capo il nostro più prestigioso gruppo editoriale.

Sul caso-Montecarlo, in particolare, De Bortoli era riuscito sino al 2 agosto a tutelare il Corriere dalle pretese del Cavaliere. Ma poi è avvenuto qualcosa nelle segrete stanze del salotto finanziario e bancario milanese. Qualcosa che si è preteso, quasi con sfrontatezza, di sancire programmaticamente con una pubblica lettera di Sandro Bondi e con una rispostina del direttore di via Solferino che preannunciava la resa.

Bondi gliene diceva di tutti i colori al Corriere, che “in questo periodo non si è sottratto, sia pure con una propria peculiare autonomia, ad una campagna di stampa unilaterale contro appartenenti ad un determinato schieramento politico”, accodandosi a “una campagna di stampa di segno scandalistico, per la verità più confacente ai più diffusi settimanali rosa piuttosto che a grandi quotidiani espressione della borghesia illuminata, diretta principalmente contro il Presidente del Consiglio e la sua vita privata”. Anche il Corriere ” in questi anni ha scandagliato ogni aspetto della vita privata e pubblica del Presidente del Consiglio e di altri uomini politici, con una spiccata preferenza per quelli di centrodestra, onde trarne ragioni per irrobustire e suffragare la campagna di condanna morale prima ancora che politica decretata nei confronti di quella parte politica rea di ottenere il consenso degli italiani”. Bondi accusava anche il Corriere di fare informazione “con due pesi e due misure: con somma indulgenza nei confronti delle responsabilità politiche e delle cadute morali della sinistra, e viceversa con particolare durezza e inflessibilità nei confronti degli esponenti della parte opposta”. Venendo al sodo, Bondi dichiarava tutto il suo “stupore” per il fatto che “il Corriere dimostri oggi di essere muto e strabico di fronte a episodi denunciati da altri autorevoli quotidiani che, se confermati, rivelerebbero una singolare concezione della moralità politica da parte di chi si erge a paladino immacolato della legalità e dell’onestà”. Conclusione: Bondi chiedeva (o più semplicemente pretendeva o sapeva già di poter esigere) che il Corriere si accodasse alla campagna squadristica del Giornale e di Libero, informando anche i propri lettori “di quanto stanno rivelando alcuni quotidiani nazionali”. La chiusa era esplicitamente minacciosa: se il Corriere non lo farà “ne deriverebbe «un caso» che non potremmo non additare ai lettori del Suo quotidiano come davvero scandaloso”.

Cosa significa la minaccia, da parte del portavoce dell’uomo più potente d’Italia sul piano politico, mediatico e finanziario, di “additare” ai lettori di un quotidiano le asserite malefatte dello stesso? Non si capisce. O si capisce assai. Comunque, si trattava inequivocabilmente di una minaccia irricevibile da parte del direttore del più autorevole quotidiano del Paese. Sarebbe insorto sdegnato anche il più cauto e ragionevole dei giornalisti che tengano, prima ancora che alla propria indipendenza, almeno alla propria dignità.

Ci si aspettava dunque che De Bortoli – capace nel corso della sua prima direzione (maggio 1997-giugno 2003) di una tenuta sul terreno dell’indipendenza, della dignità e dell’intransigenza sulla questione morale che gli procurò il benservito da un editore che non seppe resistere alle pressioni del Cavaliere – mettesse pur elegantemente Bondi al suo posto, rifiutando la lezione di buon giornalismo impartitagli da tal figuro e rivendicando l’equilibrio della sua direzione e (almeno a parole) l’indipendenza del Corriere. E ci si aspettava innanzitutto che respingesse al mittente l’intollerabile intimidazione.

Invece la rispostina di De Bortoli – che merita indubbiamente un suo posto significativo nella tormentata storia dei rapporti tra informazione e politica nel nostro Paese – si apriva con queste parole: “L’on. Bondi ha ragione…”. Proprio così. Ha ragione che “sia fatta completa chiarezza” (come chiedono quotidianamente Feltri, Belpietro, Cicchitto, Quagliariello, Stracquadanio e persino Scajola) sulla vicenda dell’appartamento di Montecarlo “secondo quanto ben documentato dal Giornale“. Sì, nella rispostina De Bortoli riusciva anche a inserire un inciso in cui concedeva al giornale-manganello di Feltri di essere un signor giornale che, proprio con l’aggressione squadristica all’attuale nemico n.1 del proprio editore, ha fatto un lavoro “ben documentato”. Non solo. Ma, come ordinava Bondi (per conto del Capo), d’ora in poi il Corriere avrebbe fatto la propria parte poiché “riteniamo che l’on. Fini debba spiegare con la massima trasparenza che cosa è accaduto”. Del resto, proprio ieri – aggiungeva per scagionarsi De Bortoli – abbiamo posto “nell’editoriale di Sergio Romano, il tema assai delicato della possibile incompatibilità della carica di presidente della Camera con quello di capo politico di un nuovo schieramento”.

Parole e propositi – presumibilmente non iscrivibili nella mitica categoria della “schiena dritta” – che si sono coerentemente materializzati nei giorni successivi con la sistematica valorizzazionesul Corriere, con titoli di scatola e intere paginate, del caso agitato e montato inizialmente dai due bondiani “quotidiani nazionali”. E questo ha ovviamente autorizzato e determinato, nel teatrino mediatico, una ulteriore, potente drammatizzazione del caso. Esattamente così come pretendeva il Capo, così come aveva bisogno che succedesse l’Utilizzatore Finale.

Ora, nessuno può e deve sottovalutare l’aspetto immorale dell’eventuale svendita di un pezzo di patrimonio partitico al cognatino del capopartito. Così come nessuno poteva e doveva sottovalutare l’esempio di malcostume rilevato a suo tempo per gli affitti privilegiati di cui godevano, fra molti altri, D’Alema e Veltroni. Ma agitare con quotidiane impaginate-manganell0 questi casi come se fossero equiparabili anche lontanamente ai giganteschi conflitti di interessi, all’affarismo, agli scandali, alle cricche, allo tsunami di corruzione, di degrado istituzionale e di illegalità legalizzate che ha travolto il nostro Paese – peraltro su ordine, per le necessità di propaganda e per l’azione di distrazione di massa proprio degli stessi creatori e utilizzatori dello tsunami – appare francamente eccessivo. Indegno di chi si ostina a dichiararsi giornalista, avendo scelto di fare il più lucroso mestiere di manganellatore. Così come appare perlomeno improprio, diciamo così, che il grande Corriere si presti a fare di cassa di risonanza della propaganda berlusconiana, mostrando contemporaneamente reticenza e sensibilità intermittente sul gigantesco, invasivo e permanente scandalo berlusconiano.