Il processo di demolizione dello Stato va avanti senza intoppi. L’opposizione parlamentare non esiste e il PD, in particolare, ci fa sapere che il nome di Giulio Tremonti come nuovo primo ministro non andrebbe affatto male.

Converrà allora rinfrescare la memoria degli esangui oppositori, ricordando i provvedimenti sulla vendita degli immobili pubblici, i beni comuni per eccellenza, strenuamente voluta dal potente ministro per l’economia. Il provvedimento, infatti, anche alla luce di una recente denuncia del presidente del WWF Lazio, Vanessa Ranieri, getta una luce sinistra sul futuro del nostro paese.

Veniamo al provvedimento. Il 20 maggio è stato approvato il cosiddetto “federalismo demaniale” e cioè il passaggio agli enti locali dei beni di proprietà statale. Nel primo elenco sono contenuti 17.400 immobili: passeranno ai comuni che dovranno valorizzarli e venderli per fare cassa.

Il 31 maggio il ministro, ospitato dal Corriere della Sera, prepara il terreno ideologico affermando: “Nel Medioevo tutta l’economia era bloccata da dazi e pedaggi d’ingresso e d’uscita, alle porte delle città, nei porti, sui valichi: in Europa pensano che “accisa” sia una parola inglese, “excise”, invece è una parola che viene dal Medioevo e significa “incidere”; se portavi un tronco appunto te lo incidevano, se portavi un sacco di grano ne prelevavano un tanto, se portavi un salame te lo tagliavano. Come il Medioevo era bloccato e fu superato d’un colpo dall’illuminismo giuridico che poi prese forma nella semplicità dei grandi codici borghesi, base dello sviluppo industriale, così il territorio attuale è popolato da un’infinità di totem giuridici o “democratici”, per cui un consiglio di quartiere blocca un Comune, un Comune blocca una Provincia, una Provincia blocca una Regione, una Regione blocca lo Stato e i Verdi o i ricorsi al Tar bloccano tutto”.

Il ministro fa il furbo, come si vede. Inventa inesistenti consigli di quartiere che bloccano tutto per nascondere la verità di un paese abbandonato alla speculazione edilizia e in cui si obbligano i comuni a vendere i gioielli di famiglia. E come fu per l’altro sciagurato provvedimento che riguardava la vendita di alcuni beni confiscati alla grande criminalità, conviene chiedersi: a chi andranno i gioielli del nostro paese costruiti in centinaia di anni di lavoro da tutta la popolazione?

Una risposta preoccupante viene, come accennavamo, dalla denuncia del WWF che sulla scorta di rigorose visure camerali, ha scoperto che un pezzo del parco di Monte Antenne di Roma, adiacente alla storica villa Ada, rischia di essere utilizzato da una società legata alla famiglia di Licio Gelli, capo della loggia massonica P2. Nella pineta era stato infatti realizzato un abuso edilizio dalla società Antiqua 2001 che fino al 2005 aveva nel consiglio di amministrazione Maria Sanarelli, moglie del primogenito del venerabile maestro, Raffaello. In quegli stessi anni, con uno dei tanti “accordi di programma” approvati dall’allora sindaco Valter Veltroni, l’area stessa veniva destinata alla realizzazione di una struttura assistenziale e affidata ad un’altra società, la Fio. Ver srl., riconducibile a Umberto Fioravanti, parente di Filiberto Morasca, anch’esso personaggio legato a Licio Gelli.

Non sappiamo se una parte del Monte Antenne è già contenuta nei primi elenchi destinati alla vendita, ma è evidente che questo mondo di spregiudicati affaristi vuole mettere le mani sul patrimonio immobiliare pubblico. Forte Antenne è un posto meraviglioso: realizzare residenze al posto di servizi pubblici, impianti sportivi privati al posto del parco, ristoranti al posto dell’asilo pubblico esistente, è un grande affare economico. Chissà quante società in odore di criminalità e di malaffare si stanno esercitando nell’accaparrarsi i beni comuni. Le risorse economiche non gli mancano: vale la pena ricordare che sempre Tremonti con il terzo scudo fiscale ha permesso nel 2009 il rientro di circa 100 miliardi di euro, soldi che potevano rientrare anche in contanti, con gravi sospetti di provenienza illecita.

Dietro il teatrino dei consigli di quartiere che “tengono il paese in ostaggio” emerge dunque la verità. Le politiche economiche di Tremonti hanno portato i comuni ad una grave crisi economica. Per poter sopravvivere sono oggi costretti a vendere i beni comuni e, visto che tutte le pubbliche amministrazioni sono state colpite dalle politiche neoliberiste, soltanto i privati sono in grado di accaparrarsi il bottino.

Tra di essi un posto di primo piano spetta alla grande criminalità organizzata che (dati della magistratura) ha un giro di affari annuale di oltre 100 miliardi di euro e ai poteri occulti da Gelli al recente affare Sardegna di Carboni. Questo è il disegno dello statista Tremonti. Il fatto che sia diventato un punto di riferimento anche per il segretario del Pd dimostra ancora una volta la devastazione morale a cui è arrivato il paese.