Note di un viaggio in Colombia compiuto tra il 20 e il 24 luglio. Può sembrare inutile o strano che un europeo racconti queste cose a un pubblico latino-americano, ma una delle impressioni riportate in questo viaggio è che proprio in America Latina queste notizie siano meno conosciute di quanto dovrebbero. Dunque: sono stato a Bogotà insieme a una delegazione di parlamentari europei, membri del Parlamento di Londra e di sindacati britannici. La delegazione era stata organizzata da un gruppo con sede e a Londra che si chiama “Justice for Colombia”, e che si interessa delle violazioni dei diritti umani che accadono in quel paese. Già alcuni mesi fa, un gruppo di sindacalisti e politici colombiani aveva visitato il Parlamento europeo chiedendo ai parlamentari di non approvare l’accordo di libero commercio (Free Trade Agreement, FTA) tra Unione Europea e Colombia che la presidenza spagnola dell’Unione (nel semestre gennaio-giugno 2010) aveva voluto a tutti i costi firmare, e che diventerà esecutivo solo dopo l’approvazione del Parlamento. Le ragioni della opposizione all’accordo sono presto dette: mentre le norme generali europee per questo tipo di accordi prevedono che essi siano condizionati dal rispetto dei diritti umani fondamentali da parte dei contraenti, il Parlamento europeo sa benissimo che questi diritti sono gravemente e continuamente violati in Colombia. Una delle ultime evidenze è la fossa comune (duemila cadaveri secondo i sindacalisti e l’opposizione; SOLO (!) 429 secondo il governo) scoperta di recente in un villaggio chiamato La Macarena, nel nord del Paese. Questa fossa è in un campo a ridosso di una base militare dell’Esercito Colombiano; e il governo sostiene che i corpi ivi sepolti siano di guerriglieri uccisi in combattimento. Anche solo seppellirli senza identificazione sarebbe già una violazione di fondamentali diritti. Ma ci sono buone ragioni per pensare che la versione del governo – che siano guerriglieri uccisi in battaglia – sia falsa.

La scoperta della Macarena accade più o meno contemporaneamente al venire in luce di un altro scandalo gravissimo, anche se per ora limitato a un numero minore di vittime. È il caso noto come lo scandalo dei “falsos positivos”: diciassette giovani reclutati da membri della polizia nel sobborgo più povero di Bogotà, Soacha, con la promessa di un lavoro nel nord del Paese; portati lontano dalle loro case, uccisi e sangue freddo (spesso con un colpo alla testa, a bruciapelo), e poi frettolosamente travestiti da guerriglieri (con errori grotteschi: alcuni hanno ai piedi due stivali sinistri) per riscuotere la taglia che nel frattempo il governo di Uribe (e del suo ministro della difesa, Santos, nuovo presidente eletto che entra in carica il 7 agosto) avevano posto sulla testa di ogni guerriglieri ucciso.

Chi dunque voglia credere alla versione governativa su La Macarena, deve prima superare tutta la diffidenza che notizie come quella dei falsi positivi (cioè dei falsi risultati che il governo chiedeva alle forze antiguerriglia) inevitabilmente suscitano. Queste notizie sono solo una piccola parte di ciò che chiunque può venire a sapere sulla Colombia di oggi: sono migliaia i sindacalisti (circa mille solo quelli dei sindacati del scuola) uccisi o fatti sparire in questi ultimi anni. Justice for Colombia ha statistiche precise che si possono facilmente consultare e verificare. Così, quando si sente dire dal presidente eletto (ha ricevuto la nostra delegazione il 22 luglio) che l’economia colombiana si sviluppa grazie soprattutto agli investimenti esteri promossi dalla fiducia nella produttività del paese, è fatale che si pensi a come proprio tutti questi omicidi che hanno distrutto un’intera generazione di sindacalisti siano la base delle fiducia degli investitori internazionali. Che sono per lo più grandi multinazionali con base in Spagna (e anche in Italia, purtroppo); il che spiega molto chiaramente la determinazione con cui il governo “socialista” di Zapatero (ahimè, quanto gli abbiamo creduto, anche noi italiani) ha voluto arrivare alla firma del trattato.

A parte tutte le altre ragioni che proprio il popolo colombiano – soprattutto i contadini che risulterebbero i più gravemente penalizzati – ha per considerare il trattato un vero disastro e un ennesimo atto di imperialismo colonialistico, ci sono anche altre significative riflessioni generali su tutta la faccenda. La criminalità organizzata sta diventando sempre più spesso, anche in Europa, una forma di garanzia della disciplina del lavoro ad uso del profitto delle multinazionali. La forza della mafia in Italia si rivela sempre più come funzionale al mantenimento dell’ordine nelle fabbriche. In molti stati europei si comincia a guardare con interesse alla formula colombiana. Del resto l’alleanza tra capitali di rapina multinazionali e criminalità organizzata sta diventando un tratto tristemente comune in tutto il mondo industrializzato. Lottare per i diritti umani in Colombia finisce per essere – anche se per ora il rischio sembra remoto – un modo per difendere la libertà sindacale e i diritti umani anche nel cosiddetto “primo mondo”.