Dieci miliardi di euro. Vale a dire metà di una manovra economica. Tanto vale l’evasione fiscale, nel solo settore edile. Costi annui, naturalmente. Con classifice e primati.  La Lombardia, ad esempio, da sola evade per 1,1 miliardi di euro. Si froda il fisco con il lavoro nero e la crisi economica del comparto edile non fa che accentuare il fenomeno. In più la politica del governo va verso l’abolizione di quei controlli che permettono l’emergere delle irregolarità e delle frodi. Nel nome di una deregolamentazione che avvantaggia chi sa stare sul mercato, ma in modo illecito. Il nero colpisce sopratutto i più deboli a cui si può imporre più facilmente. Lavoratori senza diritti, persone che non esistono: i migranti clandestini. Queste le importanti conclusioni che si traggono dai dati di una ricerca della Fillea e della Cgil Lombardia.

I metodi con cui le aziende frodano il fisco sono spesso noti e non complessi da rilevare. Basta incrociare alcuni dati. Il governo, campione nell’annunciare grandi lotte all’evasione, si muove nella direzione opposta. Non ha dubbi Walter Schiavella, segretario generale della Fillea Nazionale. ” Il governo non dà soldi, ma promette solo deregolazione”. Un clamoroso errore per non dire di peggio. Deregolare significa snellire la burocrazia eliminando l’obbligo di documenti che spesso intralciano il lavoro degli imprenditori. Alcune di queste certificazioni, invece, sono essenziali per il fisco. Per esempio le autorizzazioni per costruire e il Durc, cioè il Documento che attesta la regolarità contributiva dell’azienda, sono fondamentali e, in passato, hanno permesso di far emergere posizioni lavorative nascoste. “Con la deregolamentazione fatta così –  afferma Schiavella – non si garantiscono le imprese sane e vince chi riesce a stare sul mercato in modo illecito”. Di più: “Questi sono o gli evasori oppure le imprese protette dalla logica emergenziale della Protezione civile o dalla mafia”. Argomento spinoso oltre che pericoloso e attuale , alla luce degli ultimi arresti di ‘ndrangheta in Lombardia e lo scandalo della mancata bonifica del terreno di Montecity Santagiulia.  “Per questo – prosegue Schiavella – si devono assolutamente ringraziare i magistrati”. Dopodiché, però, “bisogna costruire le condizioni perché quelle imprese non si affermino e si può fare, mantenendo i controlli necessari”.

L’evasione, dunque. Qualche numero per capire di cosa stiamo parlando. A farci da guida Marco Di Girolamo, segretario generale della Fillea Lombardia, che illustra i dati di Milano e provincia. Le frodi fiscali, ad esempio. Una piaga che inizia dai permessi non retribuiti, dall’aumento dei lavoratori inquadrati al primo livello, dal part-time e dalla comparazione tra il dato sulle ore lavorate e quello sul monte ore. Se si considera il numero delle ore di permesso non retribuito, cioè le assenze giustificate e quelle non motivate, rispetto al numero totale delle ore lavorate si nota che i permessi sono il 16,14%  del totale delle ore lavorate. “Un dato – spiega  Di Girolamo – ai confini dell’impossibile”. Il dato dimostra semplicemente che molte ore vengono qualificate fittiziamente come “permessi non retribuiti” e poi sono pagate in nero. Per quanto riguarda il lavoro part-time Di Girolamo è netto: “In un cantiere è una cosa ridicola per definizione,  è una evidente modalità di elusione e evasione fiscale. Se è in calo è solo perché le aziende oggi possono fare direttamente nero”. Ancora: il 43,3% dei lavoratori nel 2009 è stato inquadrato primo livello a prescindere dalle mansioni e dalle competenze professionali.

Infine, il paragone tra le ore lavorate in un mese e il monte salari svela che anche la crisi accentua l’evasione. Tra il 2008 e il 2010 le ore lavorate sono scese quasi del 20% (il 19,99%). Anche il monte salari, cioè l’insieme di tutte le retribuzioni dei lavoratori, è diminuito, ma solo del 14,11%. Il calo  delle due voci dovrebbe essere simile, invece c’è una differenza del 6%.  Questa differenza è appunto data dal nero: sono ore che non risultano fatte, ma in qualche modo sono state pagate. “Ormai – conlude Di Girolamo – il senso di impunità è tale che i dati vengono dichiarati senza porsi nemmeno il problema che da semplici paragoni si possano evidenziare illeciti fiscali”.

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