Esattamente un mese fa, il 22 giugno, nasceva ilfattoquotidiano.it. E, come ricorderete, la partenza fu in salita. Server che cadevano, il sito che girava lentissimo, problemi su problemi. Trenta giorni dopo, alcuni di quei guai (ma non tutti) li abbiamo risolti.

Certo, la strada da fare è ancora lunga, ma già oggi abbiamo qualche motivo per essere fiduciosi. In quattro settimane, se si guarda alle versioni web dei quotidiani cartacei, siamo diventati il quinto sito italiano di news. E mentre gli altri, anche a causa del periodo estivo, calano o restano stabili, noi continuiamo a crescere. Anche ieri 160mila visitatori unici, stando alle statistiche di Google Analytics, sono venuti a trovarci e ogni giorno i navigatori leggono un milione delle nostre pagine.

I numeri, insomma, ci confortano. Ma sappiamo che possiamo – e che dobbiamo – fare di più. Dobbiamo avere più storie, più filmati, più inchieste, più opinioni. Perché ilfattoquotidiano.it nasce per dimostrare che pure nel nostro Paese c’è spazio per un tipo d’informazione diversa. Un’informazione che guardi solo alle notizie e non ai padrini-padroni politici o economici. Un’informazione che cerchi non solo di raccontare che cosa accade, ma anche di spiegare perché le cose accadono.

Inoltre il nostro sito è stato ideato per essere una piazza: un luogo dove persone con idee e storie diverse possono parlare tra loro e confrontarsi. Persone di cui non sempre condividiamo il pensiero, ma di cui rispettiamo i punti di vista. E di cui, soprattutto, difenderemo sempre il diritto a potersi esprimere.

Oggi tra i nostri blog ospitiamo anche un post – speriamo il primo di una lunga serie – dell’ex vice-presidente Usa, Al Gore. E in futuro – ci stiamo già muovendo – contiamo di avere molti altri blogger stranieri che possano contribuire a farci vedere la realtà da altre (e spesso meno provinciali) prospettive.

Una cosa però, anzi molte cose, ancora mancano. Non siamo riusciti ad aprire il sito alla Rete quanto avremmo voluto. Tutti i nostri articoli, è vero, sono commentati. Ma la piattaforma blog de ilfattoquotidiano.it da cui sceglieremo i post più interessanti da pubblicare nelle nostre pagine non esiste ancora. E andiamo anche molto a rilento nell’esame delle segnalazioni delle notizie, dei filmati, dei blog e delle opinioni che arrivano dal web.

Rispetto alla mole del lavoro che ci attende ogni giorno siamo ancora sotto-dimensionati. I ragazzi della redazione (la mezza sporca dozzina) sono pochi. Stanno ai computer anche 12 ore al giorno, ma ovviamente cominciano a essere un po’ stanchi.

Poi ci sono i molti problemi tecnici, tipici di una versione Beta. Il nostro sistema editoriale non ci consente di essere veloci quanto vorremmo e, spesso, sulle notizie arriviamo in ritardo. Tutto questo ha delle conseguenze importanti: per esempio, le video inchieste che abbiamo fin qui prodotto sono buone. Però non bastano. Ce ne vogliono di più. Ma noi non abbiamo tempo a sufficienza per prepararle.

Come risolvere tutto questo? La strada è obbligata. Servono soldi per pagare altri collaboratori, per assumere eventualmente altri giornalisti, per mettere in rete nuovi video virali.

In queste ore stiamo chiudendo il contratto con la nostra nuova concessionaria di pubblicità. Nelle prossime settimane anzi troverete in homepage un bottone per acquistare spazi nel nostro sito: se potete e volete, usatelo.

Ci chiediamo poi, ma su questo attendiamo il parere dei navigatori, se chi ci legge è disposto, di tanto in tanto, a finanziarci su base volontaria. Basterebbe poco. Cominciamo a diventare tantissimi: se solo la metà dei lettori versassero tramite PayPal o carta di credito uno o due euro al mese, il fattoquotidiano.it nel giro di poche settimane potrebbe diventare uno dei primi tre siti d’informazione italiani.

Se sia giusto o meno sommare la pubblicità (i cui introiti almeno inizialmente saranno bassi) ai contributi volontari, i pareri anche in redazione sono discordi. Io, a titolo di cronaca, dico solo che all’estero c’è chi lo fa.

Ma visto che il nostro unico padrone è il lettore, penso che a questa domanda solo il lettore possa rispondere.

Comunque, di una cosa potete stare certi: poveri o ricchi, noi d’ora in poi saremo sempre qui.