Annunciato dal sinistro suono delle vuvuzela – aggiornata versione delle trombe che, molto prima dei Mondiali di calcio, abbatterono le mura di Gerico – un fantasma va aggirandosi per gli Stati Uniti d’America. E – per quanto si presenti in maglietta e calzoncini, facendosi subdolamente chiamare “soccer” – è, in effetti, proprio lui: quel fantasma del comunismo (o del socialismo) che, 162 anni or sono, Karl Marx e Friedrich Engels avevano tanto potentemente descritto nella celeberrima frase d’apertura del loro Manifesto. Ovvero: una nuova, ambigua (proprio per questo ancor più pericolosa) versione di quel medesimo, spaventoso spettro al quale il cosiddetto “eccezionalismo americano” aveva sbarrato la strada negli anni in cui – in forma “reale” o socialdemocratica – andava infettando pressoché ogni anfratto della Vecchia Europa.

No, non si tratta d’una barzelletta. Per quanto sarcastico, infatti, possa apparire il richiamo al Manifesto de Partico Comunista, proprio così, di questi tempi, stanno le cose negli Usa. I Mondiali sudafricani hanno davvero, da queste parti, riacceso il dibattito sul rapporto tra calcio e socialismo. O, per meglio dire: il dibattito sull’essenza socialista – e, di conseguenza, intrinsecamente antiamericana – di quello che altrove risponde al nome di football (o, fútbol, futbal, calcio, futebol, fussball, fótbolti, jalkapallo), ma che in America si chiama invece, con più o meno subconscia repulsione, “soccer”. A lanciare l’allarme – un allarme che in alcuni settori dell’America più conservatrice va rasentando il timor panico – sono stati, due settimane fa, i dati Nielsen sugli indici d’ascolto della partita Stati Uniti-Ghana, poi conclusasi, per gli americani, con una sconfitta (2-1 ai tempi supplementari) che molti ritengono abbia salvato il paese da un’inevitabile deriva di marca collettivista. Quella partita, rivelarono implacabili quei dati, fu vista da quasi 20 milioni di teleascoltatori, cifra considerevolmente superiore alla media degli incontri dei playoffs delle World Series di baseball. E tutto lascia credere che, avessero i baldi giovanotti allenati da Bob Bradley raggiunto – come speravano e forse meritavano – i quarti di finale, ogni argine sarebbe caduto di fronte alla marea rossa. Tanto più se si pensa che, nonostante l’eliminazione degli Usa, gli indici d’ascolto dei Mondiali sono rimasti pericolosamente alti fino alla finalissima, vista, domenica scorsa – nonostante orari molto lontani dal “prime time” – da un numero non troppo lontano da quello che, ogni anno, accompagna l’ultima partita del Super Bowl.

Qualcuno, di fronte a tanto catastrofiche statistiche, ha cercando di consolarsi avanzando l’ipotesi che il tutto non fosse, in fondo, che un effetto collaterale di un’altra gravissima e più antica malattia: l’immigrazione, clandestina e non. Curando l’una – ovvero, espellendo ogni corpo estraneo alla “vera” America – si sarebbe immancabilmente curata anche l’altra. Ma le cifre hanno immediatamente smentito questa rosea semplificazione della realtà. Solo uno ogni cinque spettatori ha, infatti, seguito la finale collegandosi a Univisión, il canale in lingua spagnola che la trasmetteva. Tutti gli altri l’hanno vista in inglese, sintonizzati su ABC. Ergo, nessuna illusione: il “soccer” comincia a piacere agli americani, il germe è ormai entrato nel sistema sanguigno d’un paese i cui anticorpi cristiano-capitalisti – come testimoniato dall’ingresso di Barack Obama alla Casa Bianca – cominciano a cedere su tutta la linea. Che fare?

L’America – questa America “profonda”, conservatrice, autarchica ed ignorante – risponde ovviamente chiamando tutti i veri patrioti a difendere le mura sulla base d’un principio “circolare” ma, a suo modo, molto semplice: tutto quello che viene da fuori è anti-americano. Tutto quello che è anti-americano è “socialista”. E da fuori – come, del resto, tutti gli americani che non appartengano a qualche tribù di pellerossa – viene indiscutibilmente il soccer. Il quale è, pertanto, al di là d’ogni ragionevole dubbio,anti-americano e socialista.

Il giornalista Hendrick Hertzberg, che al tema ha dedicato un molto ben argomentato articolo sul settimanale “The New Yorker”, ha rammentato come la questione abbia, per così dire, radici lontane. Fu infatti Jack Kemp – il deputato repubblicano con un glorioso passato come “quarterback” per i Buffalo Bills che, nel ‘98, avrebbe accompagnato come vice Bob Dole nella sua sfortunata sfida a Bill Clinton – a contrapporre per primo il calcio “europeo e socialista” al football americano “capitalista e democratico”. Lo fece motivando, dal podio della House of Representatives, la sua opposizione al finanziamento dei Mondiali che poi si sarebbero effettivamente tenuti negli Usa nel 1994. Hertzberg sottolinea come questa non fosse, nel discorso di Kemp, che una “ironica annotazione”, comparandola agli apocalittici toni con i quali Glenn Beck – oggi  il più ascoltato tra i guru televisivi dell’America conservatrice (molti lo ritengono il vero capo spirituale del “Tea Party”) – ha in questi giorni irosamente commentato l’orgia calcistico televisiva del Mundial: “Odio il soccer. Lo odio con tutta l’anima, proprio perché è tanto amato dal resto del mondo…”. I mondiali del Sudafrica non sono, per Beck, che degenerazione e caos, una torre di Babele che riflette, nella sostanza, la politica internazionale e domestica di Barack Obama. Tutto si lega. Mala tempora currunt.

Beck è stato, in questa sua paranoica campagna contro l’anti-America calcistica, tutt’altro che solo. In un “op-ed” sul Washington Post, Marc Thiessen, che fu uno dei ghost writer di George W. Bush, ha definito il soccer “uno sport socialista e collettivista”. Ed un altro noto commentatore conservatore, quel C. Gordon Liddy che fu, a suo tempo, coinvolto nel Watergate, è andato molto più a fondo nell’analisi storica del fenomeno, rammentando le molto “barbare” origini del gioco del calcio (nato, secondo lui, non nella smidollata e socialista Europa, ma tra le selvagge popolazioni indigene del Sudamerica, avvezze a praticare il soccer usando come palla le teste decapitate dei nemici uccisi in battaglia).

Va da sé che le cose migliori sono, in questo campo, uscite dai programmi comico-satirici che hanno rifatto il verso a quest’ondata di patriottico livore anticalcistico. Splendido lo sketch attraverso il quale, nel corso del “Daily Show with Jon Stewart”, John Hodgman ha molto seriosamente dimostrato come le frequenti “sceneggiate” con cui i giocatori di calcio sottolineano i falli (veri o presunti) subiti nel corso del gioco, altro non siano, evidentemente, che la deplorevole conseguenza della “socialized medicine” (leggi: assistenza medica gratuita) praticata nei paesi europei. Tutto ciò, ha sostenuto con perfetto aplomb Hodgman – mostrando in video con quanta statalista abbondanza medici e massaggiatori facciano uso dello “spray magico” – è totalmente antiamericano. E purtroppo, ha aggiunto, la riforma sanitaria di Barack Obama va proprio in quella direzione…

In conclusione: riuscirà l’America – la “vera” America di Glenn Beck e C. Gordon Liddy – a fermare questa invasione barbarica prima che sia troppo tardi? Difficile dirlo. Il soccer ha da tempo conquistato i college (dove lo praticano più di 5 milioni  di persone) ed ora – sospinto dal cavallo di Troia dell’immigrazione latina – punta alle grandi platee televisive. Il peggio, probabilmente, ancora deve arrivare. Con calzettoni e parastinchi, l’Armata Rossa sta inesorabilmente avanzando.