Meno di un mese fa Giulio Tremonti cantava vittoria. L’Unione Europea accettava di includere il debito netto dei privati (famiglie, banche e imprese) nel suo indice di sostenibilità sovrana superando il vecchio schema del rapporto debito/Pil che vedeva la Penisola in cima alla lista nera del rischio con il suo ineguagliabile 115%, il peggior quoziente d’Europa. “Nell’insieme abbiamo un sistema molto sostenibile” affermava convinto il superministro italiano per il quale la crisi restava essenzialmente un problema di salvataggi bancari. Ma gli indici di solidità, è noto, possono sempre essere corretti, almeno fintantoché c’è spazio per nuovi indicatori capaci di produrre una visione d’insieme più precisa. E allora può arrivare la brutta sorpresa. Il quadro si fa più nitido e il Paese dal “sistema molto sostenibile” può scoprirsi, disgraziatissima Grecia a parte, il più fragile del Primo mondo.

A riferire la poco lieta novella è stato Shahim Kamalodin, ricercatore e analista presso l’istituto olandese Rabobank. La sua creatura si chiama “Indice di Vulnerabilità Sovrana” e, da qualche giorno, ha preso a girare in rete dopo aver catturato, per prima, l’attenzione del più importante quotidiano economico europeo: il Financial Times. Si tratta di uno strumento di analisi che misura in senso lato la fragilità della finanza pubblica mettendo insieme in un colpo solo otto diversi indicatori. Dal più classico rapporto debito/Pil fino allo “sforzo” monetario da impiegare per riportare i conti ai livelli pre-crisi. Passando, ed è questo l’aspetto più interessante, dal fantomatico “corruption perception index”, vera e propria chiave di volta dell’analisi. Ma andiamo con ordine.

La tabella elaborata da Kamalodin ci dice che tra i Paesi più industrializzati la Grecia resta la nazione più fragile. Nessuna novità, direte voi, ma le sorprese, manco a dirlo, sono dietro l’angolo. Ellade a parte, infatti, a stabilire il punteggio peggiore su scala globale è proprio l’Italia, che con i suoi 15.39 punti precede in graduatoria un altro membro del club dei “Pigs” (o Piigs, come direbbe qualcuno…): il Portogallo. Forse è giunta l’ora di inventare una nuova sigla, commenta ironicamente il Financial Times. Basta scalare a ritroso le posizioni della classifica, infatti, per scoprire che un paio di vituperati “maiali”, Spagna e Irlanda, se la passano decisamente meglio di altre nazioni giudicate molto abitualmente più solide. Ci sono il Giappone primatista mondiale del rapporto debito/Pil e gli Usa dei mega deficit statali, ma non mancano nelle piazze d’onore nemmeno i colossi europei Francia e Gran Bretagna che fanno compagnia, nel gruppo di testa, alla sorpresa Belgio (quando mai se ne era parlato?). Eh sì, è decisamente tempo di un nuovo acronimo.

Tornando ai guai di casa nostra, la domanda sembra sorgere spontanea: che cosa ha spinto l’Italia sul secondo gradino del podio? Istintivamente verrebbe da chiamare in causa il micidiale debito pubblico – un fardello da 1812,79 miliardi di euro cresciuto a ritmi record (+2,9%) dalla fine del 2009 – ma la risposta va cercata altrove. A determinare il disastro italiano, spiega infatti Rabobank, è il famigerato “indicatore numero 8”, proprio quel “corruption perception index” che, si legge, misura “la credibilità, la capacità e l’abilità di un governo nel portare avanti le necessarie misure di austerity”. Roma, insomma, aveva promesso rigore e serietà. Ma qualcuno non le ha creduto. I soliti scettici e pessimisti?