Ancora non hanno un nome e probabilmente non ce l’avranno mai. Difficile, infatti, formare parole evocative come “maiali” (PIGS, Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna, considerati i paesi a rischio crac) quando le lettere da impiegare nella sigla sono più di quattro decine. Già, perché i nuovi membri dell’ultimo club internazionale della crisi debitoria sono tanti così. E fanno sempre più paura.

L’allarme lo ha lanciato in questi giorni il Center on Budget and Policy Priorities (Cbpp), uno dei più autorevoli centri di ricerca di Washington. 46 Stati americani (cioè tutti eccetto quattro…) presentano bilanci in rosso che, nel solo ultimo anno fiscale, hanno prodotto un disavanzo da 112 miliardi di dollari. Una cifra spaventosa che pesa come un macigno sul complicato piano di ripresa del Paese. Di recente, Barack Obama ha insistito sulla priorità dello stimolo economico nei confronti del rigore di bilancio. Una tesi che non convince gli europei e che adesso rischia di essere messa apertamente in discussione anche nella prima economia del Pianeta.

La spesa pubblica dei singoli Stati (circa 1.700 miliardi) ha un peso equivalente al 12% del Pil nazionale e non è più sostenibile. Le generose iniezioni di capitale pubblico sono destinate ad esaurirsi e così, ai singoli amministratori, non resterà che una soluzione: quella dei tagli. Drastici. A Washington hanno già fatto i loro calcoli: per almeno 18 Stati le sforbiciate alla spesa saranno colossali, nell’ordine della doppia cifra percentuale. Dal 16% di Utah e Pennsylvania si dovrebbe così arrivare al titanico 57% del Nevada, il vero trionfatore della fiera suina nazionale.

Al G20 non se ne è parlato e molti analisti ancora sottostimano il problema. Ma la situazione è gravissima. La voragine debitoria americana rischia infatti di trasformarsi nella minaccia primaria all’agognata ripresa globale. Lo spettro della bancarotta sfreccia libero coast to coast e gli osservatori più accorti lo hanno già capito con una semplice occhiata ai dati sui titoli derivati. Il calcolo del valore dei credit default swaps, gli strumenti finanziari che misurano il costo dell’assicurazione sui debiti, permette di aggiornare periodicamente la classifica degli Stati a maggior rischio fallimento. E qui arrivano le amare sorprese. Osservando la graduatoria capeggiata da Venezuela, Grecia e Argentina (che hanno una probabilità di fallimento vicina o superiore al 50%) si scopre che ben due Stati Usa fanno ormai parte della poco invidiabile Top 10. Con una probabilità di default pari al 24,69% l’Illinois tallona niente meno che l’Iraq, 7° in classifica, scoprendosi così ancor più “maiale” del Portogallo (9°) e della disgraziatissima California (10°).

La minaccia insomma sembra venire dal Nuovo Mondo, altro che dall’Europa orientale e meridionale. Di recente sembra essersene accorto anche il vecchio Alan Greenspan. Il governo, ha affermato l’ex numero uno della Fed, “non ha un piano realistico per tagliare la spesa e ridurre il debito”. I mercati lo sanno e molto presto potrebbero manifestare un crescente rifiuto per i bond a stelle e strisce dando il via all’inevitabile circolo vizioso fatto di tassi in crescita e deficit in espansione.

Il vero dramma, a questo punto, è però l’esistenza di una sola via d’uscita: quella dell’austerity. Una strategia scomodissima, in termini di consensi, per un Obama chiamato a ristrutturare un disastro sistemico che, è bene ricordarlo, si è originato ben prima della grande crisi. Dopo aver azzerato in 18 mesi i quasi trecento miliardi di surplus lasciati in eredità da Bill Clinton, George Bush aveva chiuso il suo doppio mandato con un disavanzo da 10.300 miliardi. Negli otto anni della sua presidenza le 15 mila famiglie più ricche del Paese avevano visto i loro ricavi annuali raddoppiare, i profitti delle corporation erano cresciuti del 68% mentre il reddito dell’americano medio si era ridotto dell’1%. Un contesto iniquo aggravatosi con la crisi e destinato a deteriorarsi ulteriormente alla luce di costi sociali futuri che si annunciano pesantissimi.

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