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di Gian Luca Mazzella | 17 giugno 2010

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Rinverginare l’industria vinicola toscana

Qualche settimana fa il Premio Internazionale del Vino, già Oscar del Vino, che andrà in onda nell’ambitissima seconda serata dell’ambitissima seconda metà di luglio su Raiuno, ha eletto miglior azienda vinicola italiana, Cecchi di Castellina in Chianti. Inoltre un premio speciale della giura è stato assegnato alla Famiglia Mariani per l’azienda vitivinicola Banfi di Montalcino.

Due produttori che, seppur coinvolti negli scandali del vino toscano degli ultimi 4 anni (hanno patteggiato entrambi con la Procura), per l’Associazione Italiana Sommelier Roma che ha indetto il premio, rappresenterebbero il vertice della qualità enologica. (http://www.bibenda.it/notizie_news.php?id=289) Ripeto vertice della qualità, non della quantità. Miglior vino rosso italiano è stato inoltre decretato un altro vino toscano, il Nobile di Montepulciano 2007 della Fattoria del Cerro: ossia “la più grande realtà produttrice privata di Vino Nobile di Montepulciano”, come riporta il sito dell’azienda. Giacché gli esiti di tali premi non stupiscono o indignano quasi più nessuno, s’impongono alcune considerazioni sullo stato delle più importanti denominazioni vinicole toscane.

Vernaccia: dopo il passato di ossidazione e vini bianchi tannici, invero poco facili a bersi, va superando anche la fase della barricche, o meglio dell’imperizia nell’uso della piccola botte di legno ove maturare i vini. Tale contenitore ha ingenuamente cercato di supplire alla fievole aromaticità del vitigno, annichilandone le caratteristiche precipue, oltre a “contentare i critici e il mercato americano”, come affermano diversi produttori. Un mercato non ancora educato al gusto, ma talmente vagheggiato, da diseducare perfino il gusto del mercato italiano.

Però, nelle ultime due annate (2008 e 2009), la Vernaccia sembra aver finalmente trovato una freschezza, accentuata dalla salinità del territorio attorno a San Gimignano, e da una abilità tecnica che permea. Nonostante ciò, il Consorzio ha deciso di cambiare il disciplinare di produzione a luglio del 2009: ampliando la percentuale consentita di Chardonnay nella Vernaccia dal 10 al 15%. Non ci sembra un augurio, dopo gli anni di scandali e vini contraffati in Toscana. Si vuole continuare a fare i grandi vini italiani coi vitigni francesi, per giunta piantati in tutto il mondo?  Da provare le seguenti aziende: Signano, Tenuta Le Calcinaie, San Quirico, Villa Lucia, Il Lebbio, La Lastra, Mattia Barzaghi. E, nello stile tradizionale, Montenidoli.

Chianti e Chianti Classico: le denominazione di vini più eterogenee. Colori, sentori, sapori differiscono in maniera imbarazzante. Può un Chianti permettersi di rinnegare la propria storia e identità, che è fondata sulle varietà locali, assomigliando ad altri vini del mondo in cui abbondano Merlot o Cabernet Sauvignon? Può competere con essi sul mercato globale di massa? No. Anche se lo fa e lo ha fatto nel passato, rafforzando il senso metaforico del termine “fiasco” nella lingua italiana.

Ma il Chianti dovrebbe soltanto rispecchiare la propria origine, spiccare per unicità fra i vini di alta qualità. Il Chianti dovrebbe avere il gusto del territorio, che è anzitutto il gusto del primo vitigno da cui deriva: il Sangiovese. E dovrebbe avere l’acidità, viva, o il colore, non cupo, del Sangiovese. Quanto agli aromi, quelli di barricche continuano a dominare, omologando i vini. Perché si è disconosciuta il caratteristico sentore di cuoio, indulgendo alle dolcezze degli onnipresenti cioccolato o cacao? Fra i produttori di spicco nelle annate 2007 e 2008, al di là degli stili, abbiamo: Fattoria San Pancrazio, Castello di Monsanto, Monteraponi, Val delle Corti. Ma anche Castello di Ama. E ovviamente, fuori del Consorzio, Montervertine.

Nobile di Montepulciano: è ancora in cerca di autori. Resta schiacciato fra quello che è stato il vino italiano più famoso del mondo, il Chianti, e quello che è oggi il vino più famoso, il Brunello. I migliori produttori della annata 2006 e 2007 sono: Le Berne o Tenuta il Faggeto e, fra i vini più tecnici, Boscarelli o Dei. Da tenere sott’occhio Poderi Sanguineto e Il Macchione.

Brunello di Montalcino: nonostante il Consorzio abbia assegnato 4 stelle su 5 alla qualità dell’annata 2005 (come all’eccellente annata 2001), non pare difficile affermare che le stelle più opportune debbano essere 2. Infatti l’annata 2005 presenta vini non particolarmente gustosi, talora verdi, disarmonici per tannini o acidità. Qualche vino buono c’è: Il Poggione, Tenuta di Sesta, Le Macioche, Canalicchio Franco Pacenti, Canalicchio di Sopra, Livio Sassetti Pertimali, Tenuta San Giorgio. Tiezzi.I Brunello Riserva 2004 sono invece ottimi e longevi, per corpo e acidità. Oltre alle aziende già menzionate, spiccano: Sesti, Caprili; Gianni Brunelli Le Chiuse di Sotto, La Fornace.

Dispiace però che diversi produttori eccellenti non partecipino all’anteprima di degustazione organizzata, ogni anno, dal Consorzio. Da non perdere i Brunello Riserva 2004 di Poggio di Sotto (anche il Rosso di Montalcino 2007 in uscita è esemplare), Conti Costanti, Cerbaiona, Salvioni e Salicutti. E, ovviamente, i rinomati Soldera e Biondi Santi. La Riserva 2004 di quest’ultimo è stata perfino magnificata da taluni critici che abbisognavano di rinverginare anche la loro reputazione, dopo che per anni avevano magnificato Brunello meno autentici o caricatura.

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