«La cattiveria delle sue foto è inversamente proporzionale alla bontà del suo animo». Non c’è modo migliore per descrivere Umberto Pizzi che con le parole di Tano D’Amico, fotografo di strada con cui condivideva – seppur con un linguaggio visivo molto differente – la stessa viscerale avversità al potere. La sua è stata una lunga lotta di classe attraverso le immagini per mettere a nudo l’ipocrisia borghese, politica e clericale. Perché il grande fotografo, nato a Zagarolo nel 1937 in pieno fascismo – che amava Berlinguer, Ingrao e Pertini – era comunista, orgogliosamente e a modo suo. Come testimoniava la spilletta del Pci che portava appuntata sulla giacca o la maglietta di Che Guevara che indossava nella sua immagine profilo su whatsapp. Dall’app di messaggistica, fino all’ultimo, inviava vocali per assicurarsi che le sue foto “andassero bene”. “Avete trovato qualcosa di buono?” ripeteva fino a quando non vedeva l’impaginato.
Per quasi dieci anni e 107 numeri di MillenniuM, la sua rubrica – Pizzi Horror Picture Show – arricchita dai testi e dai titoli affilati di Fabrizio d’Esposito, ha rappresentato un appuntamento fisso, cuore e identità visiva della nostra rivista e del Fatto Quotidiano. La selezione mensile di sette o otto immagini tra le centinaia che Umberto portava su chiavette e archivi digitali si trasformava ogni volta – fianco a fianco – in lunghe sessioni tra politica e costume. Dal suo archivio sconfinato (oltre un milione di foto) affioravano retroscena e aneddoti sui protagonisti della storia: presidenti, vescovi, esponenti della massoneria, pornostar, divi di Hollywood e Cinecittà, fino a nobili decaduti e personaggi dimenticati. L’alto e il basso, “sangue e merda”, tra epiteti irripetibili e segreti inconfessabili. Fino agli ultimi giorni, a quasi ottantanove anni la sua routine quotidiana era instancabile: partiva in auto da Zagarolo per la stazione della metropolitana e poi saliva sul motorino per saltare da un evento all’altro fino a notte fonda.

Come ha raccontato nel recente documentario Profumo di Pizzi di Fabrizio Berruti e Gianluigi De Stefano (visibile su Rai Play) la sua storia affonda le radici a Zagarolo, dove nasce in una numerosa famiglia contadina di sette figli. A undici anni scopre la fotografia grazie al primo contatto con una Voigtländer a soffietto. Dopo vari lavoretti viene indirizzato verso la Fao, con cui inizia a collaborare. I reportage realizzati tra Medio Oriente, Africa e Iran gli forniscono un metodo rigoroso e uno sguardo attento ai conflitti e alle disuguaglianze.
Sul finire degli anni Sessanta – occupandosi di cronaca – inizia a seguire i divi di Hollywood che animano la “Dolce vita” nei locali del centro di Roma. Sceglie di vendere i propri servizi principalmente alle testate straniere e americane (Time, People Magazine). Cercava l’indipendenza economica ed etica, rifiutando le logiche di certi editori italiani che usavano gli scatti compromettenti come strumento di pressione sui personaggi pubblici. Ha sempre rifiutato il ricatto come forma facile di guadagno. Ma a Roma la vita non era solo dolce e glamour e Pizzi diventa testimone attivo anche di eventi storici drammatici, come quando nel 1978 arriva tra i primi in via Fani, dove le Brigate Rosse avevano rapito Aldo Moro e ucciso la scorta.

Berlinguer con gli operai era la sua foto preferita, simbolo di una sinistra ancora popolare. Nel ’78 Pizzi arriva tra i primi in via Fani, dove le Br rapiscono Aldo Moro. Salta il compromesso storico
Con il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, dopo la parentesi godereccia craxiana e con l’affermarsi del berlusconismo, Pizzi riesce a cogliere l’esplosione delle vanità cafone della politica. Dedica un’attenzione maniacale alle bocche e al cibo, sostenendo che la modalità con cui una persona mangia riveli la sua sostanza morale. I parlamentari dormienti, i gesti sguaiati e i buffet presi d’assalto diventavano sotto il suo obiettivo un affresco impietoso del potere.
È stato a lungo descritto come “paparazzo” (definizione che rifiutava rabbiosamente), è diventato noto ai più come il fotografo del cafonal, ma Pizzi è stato soprattutto uno tra i più grandi fotogiornalisti della storia italiana. Sicuramente il più importante critico per immagini del potere e del costume del dopoguerra. Ironico, politicamente scorretto, vulcanico archivio vivente della nostra Repubblica delle banane, delle caste e delle trame. Osservando in controluce la sua sterminata produzione siamo di fronte a un ritratto antropologico del paese senza eguali. Il linguaggio e la tecnica fotografica – assieme istintiva e rigorosa – sono mutate nel tempo, dal reportage in pellicola in bianco e nero alle foto di cronaca, fino all’esplosione del colore, all’utilizzo del flash e al digitale.

Aquile o non aquile? Questo è il dilemma dell’ex sindaco di “Mafia Capitale” oggi vannacciano. Nel 1994 inizia il ventennio berlusconiano e Pizzi immortala la nuova vanità cafona del potere
Pizzi è stato molto amato, ma anche molto temuto. Probabilmente frainteso, come certi comici, per cui vengono scambiati oggetto e soggetto della satira. Lottava in epici corpo a corpo per avere l’inquadratura migliore. Dava del tu a divi e istituzioni per avvicinare le sue prede, per entrare nella sintonia che gli permetteva di lavorare sia con ritratti grotteschi, sia con improbabili pose rubate. Per questo privilegiava ottiche corte e flash frontale, per evidenziare rughe, sudore, trucco pesante e chirurgia estetica sfuggita di mano. Il surreale paradosso è che le sue “vittime” – per eccesso di vanità – si specchiavano orgogliosamente nelle sue foto, senza comprenderne a fondo il senso politico, come testimoniano le dichiarazioni di certi esponenti di governo il giorno della sua morte.
Nel mondo della fotografia non è stato finora considerato nell’alveo dei più grandi autori. Le sue immagini disturbanti e irriverenti non si sposano né con i canoni di una certa tradizione classica, né con la pulizia estetica delle nuove tendenze. Il suo non è però un caso isolato. Torna alla mente la straordinaria opera di Martin Parr e l’ostilità di Cartier-Bresson all’ingresso nell’agenzia Magnum, che gli fu per anni precluso. Nel numero 88 dedicando queste pagine al celebre fotografo britannico azzardammo questo parallelo. Per l’utilizzo del flash, lo stile grottesco e la critica ai costumi borghesi che li accomunava. Anche Parr fu accusato di volgarità e la dimensione politica del suo lavoro non fu compresa o peggio equivocata. Quando Umberto vide le foto di Parr, esclamò colpito “è vero, guarda come mi assomiglia!” – poi aggiunse con sorriso compiaciuto – “ma le mie foto sono più cattive”. Aveva ragione, è la differenza tra lo humour inglese e l’antica tradizione della satira romana. Umberto ci ha fatto ridere con gli occhi, oggi lo piangiamo per la sua irripetibile unicità. Ma non smetteremo di scavare tra le sue foto, come la vecchia talpa, per sfottere e “fottere il potere” con la sua stessa vanità.

La fame di potere e di fama di chi ha la pancia piena è l’obiettivo preferito di Umberto.
Che sia il cazzaro verde, un vip o una coppia di sconosciute impellicciate, il buffet come metafora del paese

In basso Umberto Pizzi al lavoro con Sandro Pertini, Liza Minelli, Walter Mattau, Marcello Mastoianni.
E poi con Peter Gomez e con Alberto Moravia (foto: archivio Umberto Pizzi)

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Ciao Umberto
La prima volta che hai aperto il tuo archivio e mi hai detto: “scegli pure”, non credevo ai miei occhi: Pasolini, Moravia, il Jackie O’, il Piper, via Veneto, Moana, principi e principesse, l’alta borghesia con la sua rozzezza e le feste esagerate. Quella volta che mi hai raccontato che ti hanno aggredito a pugni. Quello scatto che ti ha fatto comprare casa. Quella volta che ti sei nascosto nei vasi. Quel principe che ti ha rotto la macchina fotografica a rullini… questi sono ricordi che custodirò gelosamente. È stato un privilegio poter lavorare sui tuoi scatti. Hai vissuto una vita straordinaria attraverso il tuo obbiettivo e i cristalli argentati dei negativi e l’hai fatta vivere anche a noi.
Pierpaolo Balani
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