Sono i bambini i migliori osservatori di un quadro. L’ho visto quando accompagnavo i miei nipoti, allora decenni, in giro per i musei». È il giudizio autorevolissimo di Federica Marangoni artista, docente universitaria, designer, performer.
Ci incontriamo, per telefono, in un momento particolarissimo. L’artista è all’ospedale ad assistere il marito gravemente ammalato. Possiamo rimandare, ci sentiamo un’altra volta. «No parlare con lei mi dà sollievo, mi distrae». E allora.
Un giudizio autorevole, dicevamo. «L’esperienza che facevo con i bambini mi era profondamente appartenuta. Quando avevo la loro età, forse anche meno, giravo per musei e gallerie con mio nonno, professore e scrittore d’arte, in un lungo percorso che mi ha profondamente segnata. Dalla pittura veneziana a Firenze e al Barocco e alla scultura classica a Roma. È stata un’esperienza fondamentale».
Federica Marangoni è nata nel 1940, veneziana – «ma sono nata a Padova dove ci eravamo rifugiati nel periodo della guerra» tende a precisare – in una famiglia colta della buona borghesia. Il padre Luigi, antifascista, è stato un ingegnere di fama e partecipò ai più importanti interventi di riqualificazione della Laguna. L’artista è quindi cresciuta in un’atmosfera intrisa di arte, musica, viaggi. Sembra naturale che dopo gli studi scolastici si iscriva all’Accademia di Belle Arti di Venezia. «Considero tuttavia la mia formazione artistica sostanzialmente da autodidatta». Un momento fatale? «Il mio viaggio a Parigi quando avevo 14 anni ed ebbi l’occasione di visitare Jeu de Paume e scoprire gli impressionisti; lo ricordo come fosse ieri, la vecchia sede alla fine del giardino delle Tuileries». Le piace ancora la loro pittura? «Moltissimo, rappresenta la rigenerazione di un linguaggio attraverso un’arte frantumata».

“Eravamo molto liberi di tentare qualsiasi cosa per esprimerci”
La disintegrazione del linguaggio. La Marangoni aveva poco più di vent’anni nel 1962 che è dai più è considerato l’anno chiave della svolta; il ’68 ne sarebbe stata una conseguenza, non la causa. Più che negli Stati Uniti dove all’espressionismo astratto stava per succedere la pop art, la ricerca in Europa era molto più radicale. In Italia sono gli anni in cui cominciano a rivelarsi e ad affermarsi movimenti come l’arte concettuale o l’arte povera.
«È così. Il nostro obiettivo primario era quello di ampliare la visione dell’opera d’arte esclusivamente come quadro. Per questo cominciarono nuove forme di espressione come la videoarte, la performance, le installazioni. L’ingresso dell’oggetto in movimento, la televisione, la registrazione di film a basso costo, le videocamere che sostituiscono le cineprese, fu una grande opportunità per la mia generazione. Si cominciavano a progettare nuove forme di rappresentazione».
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I materiali della filiera del mobile offrivano nuove opportunità
Ma non sono soltanto i nuovi mezzi tecnologici a costituire l’unica opportunità di innovazione. «Furono anche i nuovi materiali che l’industria e la filiera del mobile, soprattutto in Lombardia, producevano senza sosta».
E l’artista di queste innovazioni ne fu una pioniera. Già negli anni Sessanta e Settanta comincia lavorazioni in plastica, neon, laminati. Possiamo dire che questa è, dopo Duchamp, la prima generazione che si sente libera di utilizzare qualsiasi mezzo e materiale per produrre arte che, partendo principalmente da uno sfondo concettuale, si indirizza sempre più consapevolmente verso un’espressione di un impegno sociale e civile approfondendo sempre meglio la ricerca della vera realtà.
L’uso ormai spregiudicato delle nuove tecnologie rivela un diverso approccio dell’opera d’arte con il movimento e la luce. E quindi nonostante Marangoni sia stata tra i primi a fare uso di quei mezzi, l’artista si rivolge anche al passato, a un presente artigianale attraverso cui la Laguna può vantare un’eccellenza assoluta. Il vetro.
L’utilizzo di questi materiali, la sperimentazione delle nuove tecnologie danno a Federica Marangoni una nuova, importante opportunità, il design, di cui diventerà maestra sia nella produzione di oggetti sia nella progettazione di spazi.
Ma torniamo al vetro. «È una presenza costante nel mio lavoro sia di designer sia di artista. Anzi dirò che è il “mio” materiale. Il vetro consente movimento, luce, è fragile e forte. D’altronde sono nata in una città in cui il vetro ha fatto la storia e continua a farla; il rapporto che ho con l’isola di Murano è tuttora molto importante».
Il compito delle avanguardie è collegare ciò che è stato fatto e quanto c’è ancora da fare
Il vetro si radica profondamente nel suo lavoro, diventa un tramite concettuale tra il suo stesso ambiente e la storia della sua città.
«Per opere e installazioni che rappresentino l’aspetto effimero e relativo delle cose, natura e artificio, realtà e simulazione il materiale ideale è il vetro: grezzo allo stato di rottame per la fusione, lavorato, specchio o lastra industriale, con il neon o uno schermo, con la sua fredda luce tecnologica la fluttuante e illusoria mobilità delle immagini è la perfetta metafora del pensiero».
È di poco successiva la sua esperienza internazionale. New York, Madrid – capitali nelle quali si trasferisce. Nel 1980 il MoMa la invita per una performance personale; da lì tutti i riconoscimenti che può vantare l’artista: Biennale di Venezia, Metropolitan di New York, Guggenheim di Venezia, Castello Sforzesco di Milano, Carnegie Museum di Pittsburgh, per citarne solo alcuni.
La residenza e le mostre a New York generano un’altra importantissima attività, quella di docente. Alla New York University ottiene la cattedra di Art e Art Education; l’ateneo americano trasferisce poi alcuni dipartimenti a Palazzo Grassi a Venezia dove l’artista continua a insegnare per anni.
Qual è stato il risultato dell’utilizzo delle nuove tecnologie, dei nuovi materiali?
«La cosa più importante è stata l’opportunità di sperimentare, di inventare; eravamo molto liberi di tentare e incrociare qualsiasi cosa fosse necessario per esprimere quello che volevamo».
Probabilmente anche grazie ai giorni passati con il nonno e poi durante i suoi viaggi mi pare che la sua arte sia profondamente legata a quella del passato.
«Passato e memoria e progetto e futuro: è questo il compito delle avanguardie, un collegamento tra ciò che è stato fatto e di quanto ci sarà ancora da fare».
Venezia, New York, mostre in tutto il mondo, un’artista che si è distinta in tutti i suoi campi: pittura, scultura, performance, grafica, design, insegnamento. In un momento difficile come giudica la sua vita?
«Bella, faticosa, ricca di incontri interessanti, una vita da rinnovare ancora. Sa che continuo a lavorare? Certo, se Dio ce lo consente». È credente? «Sì molto, e in questo momento aiuta».
Mi parlava di una particolare visita a un museo con i suoi nipotini.
«Quando le dicevo che sono i bambini che capiscono meglio non era una generica retorica. Non ricordo adesso dove fossimo ma, girando per le sale, mi sento tirare: “Nonna, guarda, guarda. Lo vedi Picasso ha copiato”. E mi mostra la parte bassa di un quadro che gli aveva ricordato qualcosa che aveva visto poco prima».
Ed è singolare l’episodio perché tra gli aneddoti più citati legati al maestro catalano ce ne sono due che si riferiscono al plagio e ai bambini. “Io non copio, rubo”; “Ho impiegato cinquant’anni per imparare a disegnare bene come un bambino”.
«Un’altra volta – aggiunge Federica Marangoni – tornavamo in treno da Roma e il maschietto stava disegnando. Adesso non ricordo quale buco lo avesse impressionato, la Bocca della verità? Qualcosa vista intorno al Marco Aurelio del Campidoglio? Non mi ricordo. So che gli presi il foglio e vidi che aveva tratteggiato un cerchio. “Che cos’è?”. “Sto disegnando un buco vuoto”, frase che da sola spiega una bella parte della storia dell’arte».