Cercatore di alfabeti visivi in un mondo che stava dimenticando come guardare, Luigi Ghirri non è stato solo un fotografo, ma uno dei più rilevanti intellettuali italiani del dopoguerra. Nato a Scandiano nel 1943, nel cuore dell’Emilia, ha trasformato la sua formazione tecnica da geometra in una “grande avventura dello sguardo e del pensiero”. La sua carriera, stroncata prematuramente nel 1992, rimane oggi punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia comprendere la fotografia contemporane nella sua dimensione concettuale.
Il percorso di Ghirri inizia ufficialmente nel 1970, ma la vera scintilla scatta l’anno precedente, quando vede la prima fotografia della Terra scattata dalla Luna. Quell’immagine – “che conteneva tutte le immagini del mondo” – segna l’inizio della sua ricerca. Negli anni Settanta si muove tra le avanguardie modenesi, dialogando con artisti come Franco Vaccari e subendo il fascino della Pop Art, del minimalismo e della fotografia di Walker Evans, Robert Frank o William Eggleston.
Insieme al conterraneo Franco Fontana porta il colore nella fotografia d’autore, che fino agli anni ’60 era considerato quasi volgare da un certo purismo che utilizzava solo il bianco e nero. L’uso del colore dei due fotografi è tuttavia molto differente. Se è comune, nelle loro immagini di paesaggio, l’utilizzo della linea dell’orizzonte come elemento centrale e geometrico, l’opera di Fontana si caratterizza per colori pieni molto saturi, dagli alti contrasti. Il lavoro di Ghirri procede – al contrario – per sottrazione, con colori poco saturi e dai bassi contrasti. Entrambi hanno due stili inconfondibili e che hanno fatto scuola in Italia e nel mondo.
In questo periodo nascono capolavori come Atlante (1973), dove il viaggio avviene esplorando i segni delle mappe geografiche. È qui che Ghirri decide di abbandonare definitivamente la professione di geometra per dedicarsi all’arte. Le sue prime serie, come Kodachrome (1978), rivelano uno sguardo capace di isolare frammenti di realtà apparentemente banale – un giardino condominiale, un manifesto strappato, una serranda (pagina 130) – elevandoli a icone significanti.
La quotidianità diventa arte. Dalle serrande ai cartelloni pubblicitari degli esordi negli anni ’70 alla metafisica della natura morta nell’atelier di Morandi

Ma qual è il segreto che ha reso Ghirri un autore di culto a livello internazionale? La sua capacità di “pensare per immagini” ha reso fotografie, che a un primo sguardo possono sembrare quasi amatoriali, sintesi perfette tra rigore intellettuale e partecipazione emotiva. Ghirri non cerca lo “scatto decisivo” o l’estetismo fine a se stesso, ma la chiarezza cromatica e visuale per interrogarsi sul mondo senza mai spogliarlo del suo mistero. Le sue caratteristiche tecniche riflettono questo equilibrio. Un uso del colore mai aggressivo ma empatico, una predilezione per la frontalità e la prospettiva che richiamano il Rinascimento italiano, e una pulizia visiva – che spesso prescinde dalla presenza umana – che non è mai freddezza.
Negli anni Ottanta, Ghirri diventa il caposcuola di una nuova narrazione del territorio. Con il progetto collettivo Viaggio in Italia (1984), che raccoglie grandi autori (tra cui Basilico, Olivo Barbieri, Jodice) scardina l’iconografia da cartolina per cercare il “paesaggio quotidiano”. Non più solo monumenti, ma le periferie fino ad allora senza dignità, le stazioni di servizio e le piazze di provincia immerse nella nebbia. Ma è il mare della riviera adriatica il centro della sua ricerca. In estate o in inverno, abitato o deserto, l’incontro tra cielo, mare e terra genera scenografie metafisiche, come nella celebre foto di Marina di Ravenna. Questo approccio lo porta a collaborare con grandi intellettuali dell’epoca, come lo scrittore Gianni Celati e l’architetto Aldo Rossi, con cui instaura un dialogo profondo sulla memoria e sul genius loci.

Dalla Riviera romagnola alle Alpi il paesaggio non è più una cartolina turistica ma la scenografia di luoghi sospesi nel tempo

L’eclettismo di Ghirri si manifesta anche nel suo rapporto con la musica e la cultura pop. Grande appassionato di Bob Dylan, le cui canzoni lo accompagnavano costantemente, Ghirri vede nella musica un parallelo perfetto per la sua ricerca di armonia visiva. Di Lucio Dalla – a cui era legato da profonda amicizia – non solo realizza ritratti iconici, ma cura diverse copertine che sono entrate nell’immaginario collettivo. Oltre a Dalla realizza anche – per citarne alcune – le copertine dei Cccp di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni e del cantautore Luca Carboni. Le immagini migrano così da un progetto all’altro facendo dialogare la fotografia con l’architettura, la scultura con la letteratura o la musica. È una democratizzazione della fotografia, insieme semplice e complessa, che abbatte le barriere che la confinavano in un ambito specialistico.
Il successo di Ghirri risiede nel fatto di aver reso abitabili, e non solo visitabili, i luoghi che viviamo ogni giorno, ricordandoci che fotografare il mondo è, soprattutto, un modo per comprenderlo. Non una mera registrazione del reale, ma un’interrogazione che mira a indagare l’invisibile attraverso il visibile. La sua ricerca affonda le radici nella cultura emiliana e nel dialogo costante con l’arte e l’architettura. Attinge profondamente dalla pittura metafisica di Giorgio de Chirico e dal “magico stupore” di Giorgio Morandi. Seguendo la lezione di De Chirico, utilizza l’inquadratura e il taglio per far emergere nell’ordinario una “presenza enigmatica”. Il suo lavoro richiama il nulla “pieno di enigmi e di silenzi” tipico di Morandi, di cui Ghirri fotografa l’atelier – dopo la morte dell’artista – nel 1990, alla fine della sua carriera. La metafisica ghirriana si manifesta attraverso scelte estetiche e tecniche precise che mirano a sospendere il tempo e lo spazio.
Gli anni ’70 sono anche anni di forte impegno e conflitto politico, che influenzano la poetica e l’opera di Ghirri. Amava definirsi “anarchico cristiano”, spirito libero ma radicato. Nel 1983 realizza una delle foto più celebri di Enrico Berlinguer (pagina 136) . L’immagine, con una precisa composizione geometrica, ritrae il segretario del Pci di spalle, di fronte a un milione di persone alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia. Ci parla del rapporto tra il singolo e i molti, tra il leader e il “suo popolo”, in un tempo che appare sospeso. Solo un anno dopo, proprio durante un comizio, Berlinguer morirà e questa immagine sarà l’icona della fine di un’epoca. La foto ricorda le bandiere rosse di Guttuso e Turcato o il Papa che parla di spalle ai fedeli. Ghirri che – per dirla con i Cccp – era “fedele alla linea, anche quando non c’è”.

La musica si lega all’armonia delle immagini. Appassionato di Bob Dylan, Ghirri illustra molte copertine di dischi, da quelle dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti a quelle dell’amico Lucio Dalla

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L’ultimo comizio di Berlinguer prima di quello, drammatico, in cui perse la vita nel 1984. È la festa dell’Unità di Reggio Emilia del 1983. La foto evoca il rapporto tra il leader e il “suo popolo” in un tempo sospeso. Sarà l’icona della fine di un’epoca

La vitalità emiliana e la democratizzazione delle immagini
Legato visceralmente all’Emilia-Romagna, Luigi Ghirri ha fatto della Val Padana e della Riviera romagnola il fulcro della sua opera, traendo linfa dalla vitalità culturale emiliana. Nato nel 1943 a Scandiano e morto a soli 49 anni, ha rivoluzionato lo sguardo contemporaneo trasformando la fotografia in indagine filosofica accessibile a molti. Dopo l’esordio con Atlante (1973), nel 1974 lascia la professione di geometra per dedicarsi interamente all’arte. Straordinario autore e intellettuale, Ghirri è stato anche editore, fondando nel 1977 la casa editrice “Punto e Virgola”. Il suo impegno didattico, volto a rinnovare e diffondere una nuova elaborazione teorica sulle immagini, raccolto nel volume “Lezioni di fotografia” (Quodlibet), nato dalla sua esperienza d’insegnamento a Reggio Emilia. Il suo legame con Gianni Celati – con cui condivise l’esplorazione del paesaggio padano con il progetto “Verso la foce” – . Oggi al centro della mostra “Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce”. A Bologna, curata da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli, al MAMbo – Museo d’Arte Moderna, fino al 4 ottobre.
