La Scuola ha perso il treno del Pnrr. A dirlo è la Fondazione Giovanni Agnelli che ha presentato il focus “Il Pnrr per la scuola e l’università: a che punto siamo?”. A confermarlo sono le organizzazioni sindacali che parlano di “meccanismi inadeguati, di una programmazione di breve termine, di una scarsa conoscenza dei tempi delle scuole e di un utilizzo a singhiozzo del personale” che vanificano gli stanziamenti. A parlare di fallimento è il segretario della Gilda Scuola, Rino Di Meglio, ma anche il segretario della Uil Scuola, Giuseppe D’Aprile, narra di una “linea di investimento del Pnrr in ritardo”. Andrea Gavosto, direttore della fondazione torinese non ha dubbi: “Il Pnrr aveva suscitato grandi aspettative nel mondo dell’istruzione sia per gli ingenti investimenti previsti sia per le fondamentali riforme, come la formazione e l’assunzione dei docenti. Da qualche tempo, sullo stato di attuazione del piano è, però, calato il silenzio”.

A far parlare della questione ci ha pensato proprio questo focus che ha puntato i fari su tutte le misure (tredici investimenti e dieci riforme) della Missione quattro Componente Uno (Potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione: dagli asili nido alle università) che nell’insieme dispongono di 19,08 miliardi, più l’investimento sulle “nuove scuole” della Missione due, con risorse per 1,006 miliardi. A balzare all’occhio della Fondazione Agnelli e Astrid che hanno lavorato insieme è il fatto che la spesa effettivamente sostenuta è circa il 17% degli stanziamenti, un tasso di avanzamento finanziario più basso di quello dell’insieme del Pnrr (22%).

“È un risultato – spiegano Gavosto e Alberto Zanardi, docente di scienza delle finanze all’Università di Bologna – oggi insoddisfacente e che preoccupa per il futuro. Se si considera anche che il ministero dell’Economia ha stimato l’effetto cumulato delle misure per l’istruzione sulla crescita economica 2021-26 in 1,3 punti di Pil, più elevato di molte altre componenti del Pnrr, è chiaro che gli interventi per scuola e università siano fra quelli su cui sarebbe necessario spingere di più”. Fra le linee di investimento con la più bassa percentuale di spesa spicca quello straordinario per la riduzione dei divari territoriali con il 3,5%, che con un finanziamento Pnrr di 1,5 miliardi dovrebbe giocare un ruolo importante nel contrasto alla dispersione e alla riduzione dei divari di apprendimento, che penalizzano le regioni del Sud. Non solo. Secondo il focus “conoscere lo stato di avanzamento del Pnrr Istruzione richiederebbe un quadro completo dei dati, un’informazione tempestiva sulla spesa via via sostenuta e un cronoprogramma impegnativo per il Governo, con il quale potere confrontare la sua attuazione. Necessaria e doverosa, tuttavia, questa trasparenza oggi non c’è”.

Un esempio? Il piano per gli asili nido e la scuola dell’infanzia. Dotato in origine di 4,6 miliardi e orientato soprattutto a raggiungere l’obiettivo europeo del 33% di copertura nei servizi per la prima infanzia, colmando l’attuale divario per la fascia 0-2 con la revisione di dicembre 2023 il piano ha subito un forte ridimensionamento dei fondi, ora scesi a 3,2 miliardi. Ridimensionato anche l’obiettivo finale: da 264mila nuovi posti a 150mila. Oggi, la poca informazione da parte del ministero dell’Istruzione e del Merito impedisce di avere un’idea chiara di come stia procedendo la misura. Da dati recentissimi caricati su Italiadomani.gov.it, si ricava che 2.437 progetti sono stati aggiudicati e che per 2.268 è iniziata l’esecuzione dei lavori (93%), che è un segnale positivo. Mancano, però, i dati sulle risorse assegnate e sulla spesa finora sostenuta per ogni progetto, come pure quelli necessari a valutare l’impatto sul raggiungimento dell’obiettivo (numero di posti aggiuntivi), né si conosce la distribuzione territoriale dei progetti aggiudicati.

Le analisi preoccupano Giuseppe D’Aprile che a Ilfattoquotidiano.it spiega: “Anno solare e anno finanziario sono due degli elementi a cui raramente si pensa, invece è l’uovo di Colombo. La gestione dei budget della scuola segue il calendario scolastico. Ugualmente il reclutamento del personale e la formazione. Si fa, invece, ‘in corso d’opera’: si stipulano e si interrompono i contratti del personale Ata e si decidono partite di acquisti disconnessi dalla programmazione didattica, si definiscono piani comunali slegati dagli obiettivi di riduzione dei divari territoriali. L’incapacità di spesa strutturale nel sistema nazionale di istruzione è tema che attraversa gli ultimi decenni di spesa pubblica”.

Ancora più duro Di Meglio: “La questione delle infrastrutture è delegata agli enti locali e come già abbiamo denunciato lo scorso mese attraverso il convegno sullo scandalo delle scuole in affitto, riteniamo insostenibile l’incapacità di progettazione e di spesa da parte degli enti locali, che vanifica tutti gli stanziamenti, preziosi per il comparto Scuola”. Il meccanismo “ottocentesco di distribuzione delle competenze, mostra inadeguatezza rispetto al mondo in cui viviamo. Non è colpa solo del ministro dell’Istruzione, che sia quello di ieri o quello di oggi, questo – conclude Rino Di Meglio – è un sistema incapace e inefficiente”.

Marcello Pacifico, presidente dell’Anief punta gli occhi su un’altra questione: la riforma della formazione e il reclutamento dei docenti. Nel focus della Fondazione Agnelli si pongono alcuni interrogativi: come garantire una formazione di qualità ai nuovi docenti e integrare quella dei precari, concentrandosi soprattutto sulla didattica, evitando di creare corsie privilegiate a danno dei neolaureati? Come riuscire ad assumere i 70mila docenti nei tempi stabiliti dal nuovo Pnrr (metà 2026), quando i percorsi di abilitazione di fatto devono ancora partire? La risposta prova a darla il numero uno dell’Anief: “Gli obiettivi concordati dal Governo Draghi sono sbagliati in primo luogo perché la predisposizione di ulteriori tre concorsi oltre ai nove banditi negli ultimi anni avrà l’effetto di precarizzare ancora di più la scuola italiana. Negli ultimi dieci anni la metà dei posti autorizzati per l’immissione in ruolo è andata vacante, cosa più grave sul sostegno dove abbiamo la metà dei posti in deroga dati ai supplenti per lo più non specializzati. Stesso errore pensare di premiare gli insegnanti non per il lavoro che fanno o per quello che fanno al di là dell’insegnamento ma per una presunta formazione incentivante che non garantisce qualità al sistema ed è già obbligatoria dal 2015 e oggi retribuita con il contratto”.

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