Dopo l’inizio dell’emergenza influenza aviaria A (H5N1) ad alta patogenicità negli allevamenti di bovini da latte in alcuni stati Usa, l’attenzione in Europa è già alta per evitare un rischio di trasmissione su larga scala. I contagi trai bovini da latte e il caso umano rilevato negli Usa “sono un significativo motivo di preoccupazione” e “richiedono un’azione urgente per mitigare i potenziali rischi per la sanità pubblica, il benessere degli animali e la stabilità economica nel settore lattiero-caseario”. Il rischio per salute della popolazione “è valutato per ora molto basso”, ma “sono essenziali misure proattive per contenere l’epidemia e prevenirne ulteriormente la diffusione” si sottolinea uno studio italiano in corso di pubblicazione sulla rivista Travel Medicine and Infectious Disease, che ha analizzato le sequenze genomiche del virus. Tra gli autori Francesco Branda dell’Università Campus Bio-Medico di Roma; Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di Statistica medica ed epidemiologia della Facoltà di Medicina e chirurgia del Campus Bio-Medico di Roma, e Fabio Scarpa, Scienze biomediche dell’Università di Sassari.

L’importanza delle mutazioni – “Ad oggi non ci sono mutazioni importanti a livello amminoacidico – spiega all’Adnkronos Salute Ciccozzi – però c’è un movimento di mutazioni che un domani potrebbero portare da un’altra parte. Gli allevamenti intensivi, l’uso del latte non pastorizzato, il mancato isolamento del bestiame infetto non devono sfuggire di mano. Oggi il rischio per la popolazione è molto basso, ma un domani? Chi me lo dice che non ci possa essere uno spillover nell’uomo? Le parole d’ordine devono essere, in Usa, ma anche in Europa e in Italia – precisa – prevenzione e sorveglianza”.

E quella del recettore – Lo studio italiano ha evidenziato che c’è “una pressione selettiva nel gene dell’emoagglutinina (Ha) che potrebbe alterare il legame con il recettore, portando a virus meglio adattati a legarsi ai recettori umani. Oggi l’ospite primario rimangono gli uccelli, ma non possono essere esclusi fenomeni di deriva genetica”. Per questo nelle conclusioni gli scienziati suggeriscono “una rapida implementazione di una solida sorveglianza, la necessità di meccanismi di risposta rapidi e rigorosi, la presenza di protocolli di biosicurezza che sono fondamentali per salvaguardare il benessere sia umano che animale e mantenere la resilienza del settore lattiero-caseario”.

Le domande a cui rispondere – Sono molte le domande a cui devono rispondere gli scienziati. In un articolo su Nature si sottolinea come sia cruciale capire come i bovini si siano infettati. Ovvero se siano stati contagiati da uccelli o la trasmissione sia avvenuta tra mucche. Questo significherebbe che il virus è diventato più abile nella trasmissione nei mammiferi. Ma la diffusione in sei Stati e la percentuale di animali infetti fa propendere per la trasmissione da mucca a mucca. Al momento, però, si specifica nell’articolo non sono state analizzate abbastanza sequenze perché i dati possano confermare la diffusione tra bovini. .

La diffusione nell’uomo – Per gli scienziati affermano se è improbabile che l’influenza aviaria si diffonda tra le persone, perché non riesce a entrare facilmente nelle cellule che rivestono il naso e la bocca. Ma sarebbe problematico se il virus sviluppasse mutazioni che lo aiutassero ad entrare in queste cellule. Una riflessione che i virologi e i microbiologi fanno da tempo. Fino a oggi, le infezioni nell’uomo sono state poche (circa 900 dal 2003) e del tutto occasionali. Non ci sono per il momento prove scientifiche di trasmissione tra mammiferi, né da uomo a uomo. E anche il caso rilevato in Cambogia, padre e figlia contagiati con la bimba di 11 morta, era stato poi ricondotto a un contagio non interumano ma sempre da animale.

La nuova variante – In piena pandemia Covid, nel 2020, è comparsa una nuova variante di virus A/H5N1 (denominata 2.3.4.4b) che in breve è diventata dominante. Da allora, sono aumentati il “numero di infezioni ed eventi di trasmissione tra diverse specie animali”, si legge nel rapporto. Questi continui passaggi tra animali e specie diverse aumentano le occasioni in cui il virus può mutare o acquisire porzioni di altri virus che lo rendano più adatto a infettare i mammiferi. In realtà A/H5N1 ha già compiuto dei passi in questa direzione. Ha imparato a moltiplicarsi in maniera più efficace nelle cellule di mammifero e a sviare alcune componenti della risposta immunitaria. Ciò gli ha già consentito negli ultimi anni di colpire un’ampia gamma di mammiferi selvatici e anche animali da compagnia, come i gatti.

Le raccomandazioni – Anche i fattori ambientali giocano a suo favore: i cambiamenti climatici e la distruzione degli habitat, influenzando le abitudini degli animali e intensificando gli incontri tra specie diversa, fanno crescere ulteriormente le probabilità che il virus vada incontro a modifiche. Nonostante ciò, al momento non ci sono dati che indichino che A/H5N1 abbia acquisito una maggiore capacità di infettare l’uomo. Tuttavia, se questa trasformazione avvenisse saremmo particolarmente vulnerabili. “Gli anticorpi neutralizzanti contro i virus A/H5 sono rari nella popolazione umana, poiché l’H5 non è mai circolato negli esseri umani”, precisano le agenzie. Per ridurre i rischi hanno precisato in una nota nei giorni scorsi l’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) e la European Food Safety Authority (Efsa) l’appello è ad alzare la guardia, rafforzando le misure di biosicurezza negli allevamenti, limitando l’esposizione al virus dei mammiferi, compreso l’uomo, e intensificando la sorveglianza e la condivisione dei dati.

I vaccini – A differenza di quanto avvenuto con il Covid esiste già un vaccino e l’Oms, come ha un elenco di composti candidati che forniscono protezione contro l’H5N1 e che potrebbero essere prodotti in serie. E alcuni paesi, compresi gli Stati Uniti, mantengono una piccola scorta di dosi di vaccino nel caso in cui abbiano bisogno di vaccinare le popolazioni a rischio, come i lavoratori in prima linea. I Centers for Disease Control and Prevention (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie), si legge su Nature, hanno comunicato che il ceppo isolato dalla persona infetta è correlato a due ceppi interessati da un candidato vaccino. I composti continueranno a essere testati e si sono stati disegnati partendo da anticorpi prodotti contro il virus umano H5N8 isolato in Russia e contro il virus aviario H5N1 isolato negli Stati Uniti.

Foto di archivio

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