“Se si è d’accordo che gli stranieri si assimilino sui valori fondamentali iscritti nella Costituzione ciò avverrà più facilmente se nelle classi la maggioranza sarà di italiani, se studieranno in modo potenziato l’italiano laddove già non lo conoscano bene, se nelle scuole si insegni approfonditamente la storia, la letteratura, l’arte, la musica italiana, se i genitori saranno coinvolti pure loro nell’apprendimento della lingua e della cultura italiana e se non vivranno in comunità separate”. A proposito di italiano, non era certo un esempio di bella scrittura il tweet con cui Giuseppe Valditara, ministro leghista della Pubblica istruzione, ha lanciato l’idea di limitare la quota di alunni stranieri nelle classi (un limite che peraltro esiste già dal 2010). Gli strafalcioni di grammatica (“se si insegni”, “si assimilino sui valori”) e sintassi (le virgole mancanti) erano stati oggetto di sfottò sui social persino dall’account dei deputati del Pd: “Ministro, adesso lo riscriva in italiano. Così, forse, riusciamo a capire esattamente cosa ha detto”.

Così il giorno dopo, con un nuovo post, Valditara cerca di rimediare scaricando (di fatto) la colpa su un suo collaboratore che avrebbe trascritto male il suo pensiero: “Quando si detta un tweet al telefono non si compie un’operazione di rigore linguistico e si è più attenti al contenuto. Chiarito questo faccio notare ai tanti critici dall’indignazione facile, che in queste ore si stanno scatenando nella caccia all’errore, che così facendo ignorano la questione da me posta, evidentemente perché non hanno risposte. E invece dalla soluzione del problema della vera integrazione degli stranieri dipende il futuro della nostra comunità nazionale. La scuola italiana che vogliamo è aperta a tutti, ma è profondamente ancorata al suo sistema valoriale. Non c’è futuro per una comunità che non abbia identità. Il punto vero è questo”.

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