Le reazioni dei media e dell’establishment all’appello che il Papa ha fatto al governo ucraino di arrendersi per porre termine e quello che è un insensato macello sono emblematici della follia che caratterizza il mondo occidentale.

Da un lato, i “cani da guardia” con l’elmetto che, in piena sintonia con il governo ucraino, considerano il Papa un traditore, un amico di Putin e così via. Dall’altra la tendenza “riformista”, di chi cerca di ingabbiare quanto detto da Francesco per ricondurlo alla normale amministrazione, all’inefficacia. Il Cardinale Parolin è la punta di lancia di questa tendenza, condizionando l’apertura delle trattative al cessate il fuoco russo. A compendio di queste due impostazioni il grosso dei media ha sottolineato come il Papa sia un uomo di fede e non un diplomatico o un politico, ma soprattutto ne ha praticata una terza: smettere di parlarne il più rapidamente possibile. Infatti il Papa è scomparso dagli schermi in un battibaleno.

In questo quadro, in cui ogni proposta finalizzata a porre fine all’orribile massacro che è in corso in Donbass, anche la più sensata e autorevole, viene nascosta e derubricata in men che non si dica, allarga il cuore l’uscita di un bel libro di Elena Basile che ragiona attorno ai principali conflitti oggi in essere: la guerra in Ucraina tra Russia e Nato e il genocidio perpetrato dal governo israeliano ai danni del popolo palestinese.

Della Basile – a differenza del Papa – non si può dire che non sia esperta della materia, che parli di come affrontare questi conflitti senza cognizione di causa: ha fatto la diplomatica per tutta la vita. Eppure i ragionamenti che la Basile ci propone, e anche i percorsi attraverso cui ricercare soluzioni, sono del tutto sintonici con quelli del Papa e sono rivolti alle stesse persone: le persone comuni, coloro che sono oggetto delle strategie comunicative dei media e formano l’opinione pubblica.

La Basile infatti, con il suo libro L’occidente e il nemico permanente, compie un’opera non semplice di serietà scientifica e di facilità di lettura: il suo è un libro divulgativo che non solo ricostruisce la genesi dei due maggiori conflitti oggi in essere, ma li colloca nell’ambito del più generale contesto geopolitico. In poco più di 150 pagine abbiamo così la presentazione dei tratti fondamentali che hanno portato alla guerra nel Donbass e al genocidio a Gaza, ma anche una serie di approfondite riflessioni sul carattere manipolatorio che ha assunto l’universo mediatico e politico a fronte dell’emergere di quel mondo multipolare che è decisamente osteggiato dall’occidente.

Un libro, quello della Basile, non per specialisti, ma rivolto a coloro che non si accontentano di essere condotti per mano come bambini dai telegiornali mainstream e che vogliano provare a capire con la loro testa che cosa sta effettivamente succedendo nel mondo.

La tesi di fondo della Basile, che trova ed evidenzia le connessioni tra i diversi conflitti, è al fondo semplice: lo sviluppo della globalizzazione ha prodotto sul piano economico, tecnologico, culturale, e oggi anche finanziario, un mondo multipolare. Gli Stati Uniti, che non vogliono perdere la posizione di privilegio che avevano costruito nel mondo unipolare degli ultimi trent’anni, cercano di impedire questa transizione facendo leva sulla supremazia militare che ancora ritengono di avere nei confronti dei principali competitor. E’ così che gli Usa, che hanno 800 basi militari sparse in giro per il mondo – a fronte dell’unica base militare estera della Cina – e che spendono in armamenti il triplo di quanto spendano Cina e Russia messe insieme, pensano di poter utilizzare questa superiorità militare per rimettere in ordine il mondo, per ricostruire un ordine unipolare che non è più nelle cose.

La tendenza alla guerra che caratterizza la fase attuale è tutta qui, in questo calcolo delirante in cui la guerra – anche quella nucleare – viene pensata, programmata e provocata al fine di ristabilire una gerarchia che non è più fondata su dati economici tecnologici o finanziari. Per dirla con il linguaggio di Canfora e Bradanini – che impreziosiscono il saggio con una introduzione e una conclusione – gli Stati Uniti, a fronte di una perdita di egemonia reale, reagiscono facendo leva sulla forza, sulla loro capacità distruttiva. Stati Uniti che, al fine di ricostruire la propria posizione di potenza, non esitano a sacrificare il proprio principale alleato, ponendo in essere misure che non solo danneggiano in modo rilevante l’economia europea e la sua capacità produttiva, ma aprono la strada al fatto che l’Europa, per la terza volta in poco più di un secolo, torni a trasformarsi in un gigantesco campo di battaglia.

E’ quindi utile leggere il libro della Basile non solo per capire meglio cosa sta succedendo e per comprendere le strategie delle elites occidentali, ma anche per riflettere meglio sulle parole del Papa. Perché il rischio che l’incendio nel Donbass, se non viene spento, si sposti progressivamente ad ovest è tutt’altro che remoto. Fermare rapidamente la guerra non risponde solo ad un nostro positivo impulso umanitario, ma è un preciso interesse di noi tutti che viviamo in Europa. (Elena Basile, L’occidente e il nemico permanente, Paper First).

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