“Non penso e non dirò mai che le tasse sono una cosa bellissima, sono bellissime le libere donazioni, non i prelievi imposti per legge”. Per rilanciare la corsa e la comunicazione del governo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sceglie la questione del fisco e conferma di sposare la vecchia strategia inaugurata in Italia da Silvio Berlusconi del “fisco amico”. La premier riparte dalla frase di quasi vent’anni fa dell’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, che in tv definì “irresponsabile” la “polemica anti-tasse” ricordando che sono “un modo civilissimo di contribuire a servizi indispensabili come la salute e la scuola“. La leader di FdI prende solo un pezzo di quel concetto (l’aggettivo “bellissime”) per ribadire di pensarla diversamente. Dice che il fisco “è uno dei perni attorno cui si costruisce e ruota il tessuto economico della nazione” e deve mettere “chi crea ricchezza” nelle “migliori condizioni per farlo”. Perfettamente in linea con le dichiarazioni fatte anche martedì a Trento: “Non si disturba chi produce ricchezza. Uno Stato che vessa, che è visto come un nemico, che non collabora quando ti vede in difficoltà, è uno Stato di cui è più difficile fidarsi“. Una ricostruzione contestata dalle opposizioni che ricordano alla premier che il governo ha un ruolino di marcia invidiabile sul tema di condoni, sanatorie e rottamazioni e sottolineano che i suoi messaggi possono essere musica per le orecchie di alcune categorie sociali e professionali ma non certo per i dipendenti e i pensionati che le tasse sono obbligati a pagarle, nel senso che vengono trattenute dalla busta paga.

Per Meloni il ragionamento è che “più ricchezza sarà prodotta più lo Stato” con le risorse del fisco, “potrà far funzionare la macchina pubblica”, “redistribuendo le risorse particolarmente ai più fragili. Questo deve fare un sistema fiscale, che non nasce per soffocare la società”. Poi una stoccata che pare diretta ancora una volta al Superbonus: c‘è “una grande responsabilità” nel “gestire quelle risorse che non possono essere usate in modo irresponsabile per garantirsi facile consenso immediato e lasciare a chi viene dopo a ripagare quella irresponsabilità”. Il sistema fiscale “deve chiedere il giusto e deve saper usare il criterio del buon padre di famiglia: buon senso e lungimiranza senza sprecare le risorse” raccolte. “Il messaggio che vogliamo dare è molto semplice: non abbiamo amici cui fare favori se non gli italiani onesti che pagano le tasse e contribuiscono al bilancio pubblico, anche quando non riescono a pagare ma che vogliono farlo. Non c’è spazio per chi vuole fare il furbo ma chi è onesto ed è in difficoltà merita di essere aiutato“, prosegue Meloni che rimarca come la riforma del fisco, “attesa da 50 anni”, abbia l’obiettivo “di disegnare una nuova idea di Italia più vicina alle esigenze dei contribuenti” e delle “aziende”.

“Ci hanno accusato di voler aiutare gli evasori, di allentare le maglie fisco, di nascondere condoni immaginari”, ma la risposta è nei “numeri” con il “2023 che è l’anno record nella lotta all’evasione fiscale con, 24,7 miliardi” allo Stato, “4,5 miliardi e mezzo in più dell’anno precedente”. La premier ritiene che “solo con una riforma organica e complessiva” del fisco “si può puntare a uno dei nostri grandi obiettivi, che è quello della riduzione generalizzata della pressione fiscale, che grava su famiglie e imprese”. “Uno Stato giusto e comprensivo, è uno Stato che non viene più percepito come un avversario, come un nemico, e di conseguenza non merita di essere raggirato. Questa è la scommessa culturale che abbiamo fatto e i dati ci dicono che funziona. Stiamo lavorando per allineare le sanzioni ai parametri europei perché quelle che avevamo erano sproporzionate, illogiche e vessatorie. E anche abbastanza inutili”, conclude Meloni.

Il punto di vista di Meloni è contestato dalle opposizioni. Il Pd, attraverso la senatrice Cristina Tajani, sottolinea che “il fisco del governo Meloni aggrava la disparità tra lavoro dipendente e lavoro autonomo: il fisco del Governo Meloni non guarda al lavoro dipendente e ai pensionati, ma aggrava il dualismo tra chi paga le tasse alla fonte, perché trattenute in busta paga, e chi invece può pagare dopo che il reddito è stato prodotto”. In più, aggiunge Tajani, “anche in questo caso permane un trattamento differente tra chi denuncia e paga regolarmente e fedelmente le tasse e chi invece ha adottato comportamenti elusivi o evasivi. Questi ultimi, infatti, sono stati premiati attraverso tutta la serie di condoni, rottamazioni e concordati contenuti nella delega”. Provvedimenti “ambigui e pericolosi” dice Tajani perché “generano aspettative di ulteriori condoni”. Peppe De Cristofaro (Verdi-Sinistra) evidenzia che “governo Meloni vuol dire condoni”. “Il nuovo approccio del governo al fisco è: se non hai pagato non ti preoccupare tanto non pagherai più” afferma il parlamentare di Avs. E anche dall’area più liberale – e in teoria più vicine ai concetti espressi dalla presidente del consiglio – arrivano critiche: “A dispetto degli annunci di Meloni e Giorgetti – annota Luigi Marattin di Italia Viva – nei decreti attuativi della riforma fiscale finora di ‘storicò c’è oggettivamente molto poco. E di ‘ciccia’ (taglio delle tasse) non c’è assolutamente nulla”.

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