I medici prescrivono analisi, visite, terapie, e indicano l’urgenza per ottenerli. Tempi che vanno tassativamente rispettati, eppure, in Lombardia come altrove, i cittadini si sono ormai arresi a liste d’attesa infinite. Ma non quelli del Coordinamento lodigiano per il diritto alla salute, che a partire dall’idea di un pensionato di Lodi hanno messo in piedi un servizio per contestare le liste d’attesa e costringere il sistema sanitario a fissare un altro appuntamento nei tempi stabiliti dal medico di base. Quando sono partiti, nel 2022, c’erano appena due sportelli nel lodigiano. Raccontata dal Fatto lo scorso novembre, la storia ha fatto presto il giro della regione e non solo. “Oggi in Lombardia ci sono più di 30 sportelli ai quali i cittadini si possono rivolgere”, spiega Andrea Viani, 78 anni di Codogno, che durante la pandemia di Covid ha avuto l’intuizione: “I tempi prescritti dal medico di base sono un diritto inderogabile“. E studia il modo per avviare le contestazioni. A poco più di un anno di distanza, il risultato sono quasi 300 ricorsi. “Il 99% dei quali si è già concluso positivamente”, spiega Viani, che insieme a quello che è ormai un coordinamento regionale, alle 10:30 di giovedì 29 febbraio presenterà l’iniziativa in conferenza stampa al Pirellone di Milano, sede del consiglio regionale lombardo, per lanciare l’iniziativa del 2 marzo “30 sportelli in piazza”.

Come funziona – “Abbiamo obbligato le Aziende socio sanitarie territoriali (Asst) a fare il loro dovere: annullare le prenotazioni posticipate di mesi e anche di anni e ripristinare visite ed esami nei tempi prescritti dal medico curante”, scrive nel comunicato il Coordinamento lombardo sportelli salute. Tutto gira intorno ai Livelli essenziali di assistenza, i Lea, introdotti nel 2001 con la riforma del titolo V della Costituzione, di cui attuano proprio l’articolo 32 della Carta, quello sulla salute “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Come già spiegato al Fatto, i tempi di attesa sono un’articolazione dei Lea, la cosiddetta salute del territorio. “Il diritto di diagnosi è decisivo – ribadisce oggi Viani – e fa dei tempi prescritti un diritto costituzionale inderogabile“. Non rispettarli significa mettere a rischio la salute o addirittura la vita delle persone. Come nel caso dei pazienti oncologici che hanno risolto grazie al Coordinamento. Dopo quelli contro le Aziende pubbliche sono arrivati anche i ricorsi contro quelle private accreditate e contrattualizzate. “Il controllo semestrale prescritto dal medico dopo un’operazione chirurgica era stato sposato e poi nuovamente rinviato di oltre un anno. Con il nostro ricorso l’azienda privata ha erogato il controllo nei tempi previsti”, racconta Viani. “E’ andato a buon fine anche un ricorso collettivo nel quale abbiamo accorpato i casi più gravi, ovviando a un vero e proprio scaricabarile”.

Dove rivolgersi – L’esperienza è ora a disposizione di tutte le realtà locali, dalle associazioni ai comitati, dai sindacati alle Acli, che hanno aperto o intendono aprire altri sportelli. Viani e compagni hanno avviato una rete di contatti con comitati salute in Veneto, Emilia-Romagna, Abruzzo, Molise, Marche, Umbria e Liguria. Quanto alla Lombardia, “abbiamo costituito un gruppo di lavoro regionale che si occupa di fare formazione e fa da punto di riferimento per le problematiche che emergono dai nuovi ricorsi”. Per rivolgersi ai 30 sportelli in regione, “basta presentarsi con la ricetta del medico e l’appuntamento da contestare, se te l’hanno dato. Altrimenti è sufficiente la prescrizione medica”, spiega Viani. Il resto lo fa lo sportello che analizza l’inadempienze denunciata, predispone la vertenza individuale e invia le richieste alla direzione dell’Asst e a quella dell’Ufficio relazioni col pubblico. Il bello è che funziona. Indirizzi e recapiti dei 31 sportelli lombardi già operativi si possono consultare sul sito del coordinamento: sportellisalute.lo.it. Secondo Viani, “il meccanismo delle liste d’attesa è studiato perché la gente si rivolga al privato”. Quello che equivale “a una truffa: i cittadini non devono rinunciare a un servizio che hanno già pagato con le tasse”. Anzi, se la Regione non è in grado di erogare la prestazione nei tempi stabiliti, “è obbligata a ricorrere ai servizi accreditati, a quelli in libera professione o a quelli dei privati, al solo costo del ticket, se dovuto”.

Una nube all’orizzonte – “La riforma dell’autonomia differenziata alla quale lavora il governo potrebbe mettere fine ai Livelli essenziali di assistenza, il principale strumento che stiamo utilizzando per i nostri ricorsi”, avverte Viani. Come? Secondo la Costituzione, i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) come la Sanità o la Scuola, vanno garantiti su tutto il territorio nazionale. E ad attuare questa disposizione sono proprio i Lea, compresa la sanità territoriale e dunque i tempi di attesa. Sui quali le regioni devono attualmente rispettare il Piano di governo nazionale delle liste di attesa. Che poi non lo facciano, lo sappiamo. Ma oggi i Piani regionali delle liste d’attesa, almeno sulla carta, non possono derogare a quello nazionale. “Per questo possiamo rivendicare i Lea come diritto immediatamente esigibile”, spiega. “In vista di un più marcato regionalismo finanziario, la riforma cara alla Lega potrebbe subordinare i Lep alla disponibilità economica riconosciuta alle regioni”. Il rischio? “I lunghi tempi di attesa potrebbero diventare la norma, i servizi cambiare radicalmente di regione in regione, compresi quelli di prevenzione, la medicina territoriale e quella ospedaliera”, risponde Viani, che rinnova l’invito “a conoscere e difendere i propri diritti, a cominciare dalla Costituzione”.

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