A un anno dalla notte tra il 25 e 26 febbraio 2023, quando le onde hanno schiantato un caicco proveniente dalla Turchia sulle secche a pochi metri dalla riva, quella del naufragio di Steccato di Cutro94 morti, di cui 34 bambini, decine di dispersi e di famiglie distrutte – rimane la storia di uno scaricabarile. “Nessuna comunicazione di emergenza è arrivata alle nostre autorità da Frontex. Non siamo stati avvertiti che questa barca rischiava di affondare”, aveva dichiarato la premier Giorgia Meloni sei giorni dopo il disastro, assolvendo l’Italia e scaricando la colpa sull’Agenzia europea delle frontiere, coinvolta nell’operazione Themis e impegnata nel pattugliamento aereo del tratto di mare. Un anno dopo, il dettagliato rapporto di Frontex sui fatti di quella notte dice tutt’altro. Quando la barca a motore era ancora a 40 miglia dalle coste calabresi, Frontex invia una segnalazione corredata da foto termica, a indicare la presenza di molte persone nella stiva, come la bassa linea di galleggiamento confermava. La rotta migratoria, l’assenza di giubbotti di salvataggio sul ponte, altra informazione condivisa, e le condizioni del mare suggerivano che quel caicco sovraccarico fosse a rischio naufragio. La scheda di Frontex arriva a tutte le autorità italiane, Guardia di finanza e costiera comprese, alle 23 di sabato 25, sei ore prima della tragedia.

Le presunte responsabilità penali saranno addebitate in sede giudiziaria. Tre le inchieste della magistratura. L’unica arrivata a processo è quella sui presunti scafisti, con una condanna a 20 anni in rito abbreviato. Ancora in fase di indagine quella della Dda di Catanzaro sulla rete di trafficanti e quella sulle possibili omissioni nei soccorsi, questa in mano alla Procura di Crotone. Che a marzo potrebbe chiedere il giudizio per sei ufficiali, tre della Guardia di finanza e tre della Guardia costiera. I reati ipotizzati sono l’omissione di soccorso e il disastro colposo. Il processo dovrà chiarire cosa accadde quella notte negli uffici coinvolti e, come spesso accade in Italia, dire il non detto. Perché già molto si può dire a onor del vero. Contrariamente a quanto sostenuto da Meloni, il rapporto di Frontex riferisce che quella notte, nella sua sala di monitoraggio a Varsavia, c’erano due funzionari italiani, uno della Guardia di finanza, l’altro della Guardia costiera, in “contatto costante” con il Centro di coordinamento internazionale di Roma (Icc), quello a cui Frontex è tenuta a inviare immediata segnalazione per qualunque imbarcazione sospetta, proprio in funzione delle attività di contrasto all’immigrazione illegale, oltre a informare la il coordinamento della Guardia costiera a Roma. L’Icc con sede nel Comando aeronavale della Guardia di finanza a Pratica di Mare (Roma) è coordinato da una cabina di regia al ministero dell’Interno. Sei ore prima del naufragio, tutti erano a conoscenza del contenuto della segnalazione di Frontex. Che ha tenuto a ribadire come non spetti a lei decidere se classificare un evento come operazione di polizia per il contrasto all’immigrazione illegale (law enforcement) o come attività di ricerca e soccorso (search and rescue – Sar).

Dopo un anno di indagini, una cosa è certa: nella linea di comando tutta italiana cui spettava decidere, si è a dir poco sottovalutato il contenuto di quella segnalazione. Che viene letto come un caso di immigrazione illegale per il quale ad attivarsi dev’essere la Guardia di finanza. Grazie a un accesso agli atti presso il Viminale del mensile Altreconomia, sappiamo che “oltre 1.000 sbarchi, per un totale di quasi 40mila persone, poco più di un quarto di tutti gli arrivi via mare”, sono stati classificati come operazioni di polizia dalle autorità italiane. Spesso scommettendo sulle effettive condizioni di navigazione delle barche di migranti, evitando di innescare i protocolli che impongono, tra l’altro, l’immediata assegnazione di un porto sicuro, stabilmente al centro delle polemiche sull’immigrazione viste le politiche dei governi italiani. Ma alle alle 3:48 della notte di Cutro, le stesse condizioni del mare, in peggioramento da ore, spingono le Fiamme gialle a rientrare. Al contrario, nessuna operazione di soccorso viene attivata, lasciando che le onde, alte fino a due metri, spingessero i migranti sulle fatali secche. Chi doveva prendere quella decisione non è l’ago nel pagliaio, né la politica può far credere di non conoscere la catena di comando operativa la notte tra il 25 e il 26 febbraio. A definirla è un preciso regolamento dell’Unione europea (656/2014), sia per le operazioni di contrasto all’immigrazione che per quelle di ricerca e soccorso. Lo stesso già chiamato in causa in numerosissimi processi, compresi quelli a carico delle organizzazioni non governative.

Quelle che andavano prese in quelle ore non sono nemmeno decisioni discrezionali. E’ detto chiaro e tondo nello stesso regolamento Ue (art. 9). “Se, nel corso di un’operazione marittima, le unità partecipanti hanno motivo di ritenere di trovarsi di fronte a una fase di incertezza, allarme o pericolo per un natante o qualunque persona a bordo, esse trasmettono tempestivamente tutte le informazioni disponibili al centro di coordinamento del soccorso competente per la regione di ricerca e soccorso in cui si è verificata la situazione e si mettono a disposizione di tale centro di coordinamento del soccorso”. In altre parole, avrebbe dovuto attivarsi la Guardia costiera con i suoi mezzi, capaci di operare in “condizioni meteo-marine avverse” e in grado di fare la differenza, come ha testimoniato il medico soccorritore Orlando Amodeo dopo il naufragio di Cutro: “Abbiamo fatto centinaia di soccorsi in mare, nel dicembre 2013 con la capitaneria di porto, mare forza 8, cioè il doppio di quello del giorno della strage”. Evidenziando come un anno fa “Frontex seguiva l’imbarcazione e a Crotone ci sono tre rimorchiatori; il radar di questi rimorchiatori è a trecento metri in linea d’aria dal punto in cui è avvenuta la tragedia”. Né sarebbe legittimo aver dubitato della situazione di grave pericolo (distress) per le persone a bordo. La nozione è nella Convenzione di Amburgo del 1979: “Situazione in cui vi è la ragionevole certezza che un’imbarcazione o una persona sia minacciata da un pericolo grave e imminente e richieda assistenza immediata”. Qualcuno valutò diversamente.

Così quella notte i mezzi della Guardia costiera non uscirono in cerca del Summer Love e della sua stiva stracolma di persone in pericolo. Solo alle 6:50 le Fiamme gialle sarebbero arrivate via mare sul luogo della strage. Nel frattempo, alcune delle vittime, a galla da ore, sono morte assiderate. Così uno dei bambini recuperati che, secondo i referti, sarebbe annegato a causa del freddo. Ma anche da terra, hanno raccontato i pescatori intervenuti sul luogo nel corso del processo contro i presunti scafisti, nessuno è arrivato fino alle 5, tre quarti d’ora dopo la presunta ora del naufragio. Chi chiama la Guardia costiera si sente rispondere che sono già a conoscenza di quell’imbarcazione. Ma sul posto non c’è nessuno. Nello stesso processo, il racconto del vicebrigadiere dei carabinieri Gianrocco Chievoli: “Eravamo impegnati a Rocca di Neto quando siamo stati avvisati dello sbarco. Erano le 4,15 e siamo arrivati alle 5. Non ci avevano preallertati che ci potesse essere uno sbarco, nessuno ci aveva avvertito che stava per arrivare una barca di migranti”. Così, per ora, a un anno da quelle ora, l’unico colpevole ad avere un nome è un 29enne turco, Gun Ufuk, il solo dei 4 presunti scafisti ad aver chiesto il rito abbreviato. Il 7 febbraio lo hanno condannato a 20 anni di detenzione e a una multa di 3 milioni di euro per favoreggiamento dell’immigrazione illegale, naufragio colposo, e morte come conseguenza di altro delitto. “Un capro espiatorio di chi doveva intervenire”, ha detto di lui il suo legale, Salvatore Falcone.

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