Il magistrato Alberto Rizzo, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, si è dimesso dall’incarico. La decisione, già presa da tempo, è stata formalizzata nei giorni scorsi, quando il dirigente ha inviato al Consiglio superiore della magistratura la richiesta di rientro in ruolo, appena assegnata alla Terza Commissione di palazzo dei Marescialli. L’istanza cita “motivi di salute“, ma a pesare sulla scelta di Rizzo – come raccontato da vari retroscena – è soprattutto il rapporto mai decollato con la sua vice, Giusi Bartolozzi. Ex parlamentare di Forza Italia e vera “zarina” del ministero di via Arenula, Bartolozzi ha intrapreso da tempo una guerra sotterranea contro il suo superiore, di cui aspira (nemmeno troppo in segreto) a prendere il posto: con ogni probabilità sarà accontentata a breve. Un clima irrespirabile che nei mesi scorsi ha spinto Rizzo, già a capo del Tribunale di Vicenza, a preparare la exit strategy, presentando domanda al Csm per andare a presiedere in alternativa il Tribunale di Firenze, quello di Modena o la Corte d’Appello di Brescia: forte del prestigioso curriculum, ma anche dei sette voti garantiti in plenum dai suoi compagni di corrente, i conservatori di Magistratura indipendente.

Fino a qualche mese fa, però, il piano sarebbe stato impedito dalla riforma Cartabia sulle porte girevoli, che impedisce ai magistrati chiamati ai vertici ministeriali di tornare in toga subito dopo la fine del mandato, e a maggior ragione di farlo traslocando subito a capo di un ufficio. Una norma pensata per evitare che il mandato politico diventi un trampolino di carriera. Che però ha una scappatoia: non si applica se l’incarico di governo dura meno di un anno. Rizzo ha ampiamente sforato, avendo preso servizio il 27 ottobre 2022. Così, qualche mese fa, a salvarlo è arrivato un emendamento della Lega, inzeppato in un decreto a tema economico con la scusa-passepartout del Pnrr: “Al fine di consentire la continuità nella gestione delle attività amministrative connesse all’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza”, si legge, fino al 31 agosto 2026 il termine di un anno entro il quale non scatta il divieto “è modificato in due anni in relazione agli incarichi (…) assunti presso amministrazioni titolari di interventi previsti nel Piano”. Tra cui, ça va sans dire, il ministero della Giustizia. Così Rizzo, alla faccia delle porte girevoli, potrà tornare a fare il presidente di un ufficio.

Sulla dinamica ironizza Enrico Costa, responsabile Giustizia di Azione, nemico giurato delle porte girevoli, che contro l’emendamento pro-Rizzo aveva presentato un ordine del giorno alla Camera (votato, con scrutinio segreto, anche da buona parte della maggioranza). “Che strana e inattesa coincidenza. Il governo, in un decreto legge, modifica la legge Cartabia contro le porte girevoli magistratura/politica ampliando la possibilità di tornare nei tribunali con ruoli di vertice ai magistrati che hanno svolto incarichi apicali nei ministeri per non più di due anni, anziché un anno, e oggi il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, magistrato, si dimette dopo 15 mesi ricadendo appieno nell’estensione”, sottolinea in una nota. “Vogliamo credere che questa norma non sia stata promossa proprio in funzione di commodus discessus, ma è sorprendente la coincidenza, considerato che l’ormai ex capo di gabinetto ha presentato domande per incarichi di vertice che, proprio grazie alla modifica normativa, non gli saranno preclusi”, incalza. Il deputato Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, invece, insiste sull’aspetto politico delle dimissioni: “Comprendiamo che la deriva antigarantista del ministro possa causare incrinature tra i suoi collaboratori. L’azione di Nordio si sta caratterizzando per il suo totale panpenalismo, il fastidio per le norme baluardo dell’anticorruzione e una scarsa attenzione verso le esigenze reali della magistratura, dunque naturale che questo possa determinare attriti interni”, dichiara.

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