Il suo orgoglio più grande è non aver mai sparato un colpo. Neppure in quegli anni terribili in cui le Brigate rosse insanguinavano il Paese. Il poliziotto Claudio Bachis ha lasciato la pistola nella fondina anche il 4 aprile del 1981, quando, a Milano, riuscì a immobilizzare Mario Moretti che camminava sul marciapiedi nei pressi della stazione Centrale. Una piccola collutazione (forse un “colpo di testa”, ma su questo Bachis glissa) che ha fatto crollare il pericoloso brigatista mentre gli altri uomini della Digos (“Il nostro è sempre stato un lavoro di squadra”) stavano in allerta, pronti a intervenire. “Quando era a terra ha urlato “sono Mario Moretti, delle Br, sono un prigioniero politico”, una frase consueta dei brigatisti. Una volta arrestato, con un collega della squadra siamo ripartiti a bordo del vespino con cui ci spostavamo, colmi di entusiasmo, urlando “lo abbiamo arrestato, lo abbiamo arrestato!””. Moretti, infatti, non era uno qualunque, ma un nome di spicco dell’organizzazione terrorista: condannato a sei ergastoli, oggi in regime di semilibertà, fu lui il 9 maggio 1978 a sparare il proiettile che uccise Aldo Moro, del quale aveva pianificato il sequestro. C’è la sua firma anche sulla strage di via Schievano, a Milano, in cui vennero trucidati tre poliziotti del commissariato Ticinese: Rocco Santoro, Antonio Cestari e Michele Tatulli, impegnati in un servizio di controllo. Era l’8 gennaio 1980 e il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa era stato appena trasferito a Milano: l’attentato fu il benvenuto che i brigatisti scelsero di dargli. “Ricordo che ci comunicarono la notizia via radio, erano le otto e un quarto”, racconta l’ex agente, oggi Sovrintendente capo. “È stato un periodo terribile, sette colleghi morti ammazzati, qualcosa che non si può dimenticare”.

Da pensionato, ora Bachis si dedica alle attività di volontariato che ispirano da sempre la sua vita: dai corsi per preparare la pizza nelle comunità di recupero all’assistenza ai familiari dei pazienti oncologici. Con l’associazione Aspao dedica alcuni giorni alla settimana a portare conforto ai malati di cancro. “Un modo per essere vicini a chi soffre, fosse anche solo per offrir loro un caffè o scambiare due chiacchiere”. Sardo originario di Siliqua – nella valle del Cixerri, a pochi chilometri da Cagliari – è cresciuto in una famiglia operaia e numerosa: padre minatore, mamma casalinga e otto figli da accudire. Non ha mai dimenticato le sue origini e la solidarietà respirata a casa l’ha applicata anche sul lavoro, fin dal primo giorno di servizio. Arruolato in Polizia nel reparto Mobile di Cagliari l’11 settembre 1975, ha fatto una breve tappa a Vicenza per poi approdare alla Digos del capoluogo lombardo, reparto Antiterrorismo. In molti gli dicono che arrestando Moretti è diventato un protagonista della storia d’Italia: “Forse è così, ce ne siamo resi conto dopo, eravamo un bel gruppo e abbiamo ancora una chat, anche se è difficile accettare che molti non ci siano più”. Una delle poche volte in cui ha temuto di dover sparare è in occasione di un altro arresto eccellente, quello di Francesco Lo Bianco, membro della famigerata “colonna genovese” delle Br: “Eravamo faccia a faccia e ho visto che stava per prendere la pistola. Ma in quel momento alle sue spalle sono arrivati due colleghi, che lo hanno immobilizzato”. Paura ne ha provata, in quella e in tante altre occasioni: “È una compagna di viaggio, se non hai paura sei uno scriteriato. Però sono orgoglioso di poter dire di non aver mai esploso un colpo, neppure in quegli anni così feroci e tragici”.

Nella lunga lista di encomi e lodi ricevuti in carriera, Bachis può fregiarsi anche del titolo di Cavaliere della Repubblica, riconoscimento solenne che gli è stato conferito nel 2020 dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. I suoi meriti professionali, d’altronde, si accompagnano a quelli umani. “Quando sono rientrato a Cagliari, nell’88, ho fatto parte della Squadra tifoserie della Digos: una delle cose più belle era poter agevolare l’ingresso allo stadio a chi si trovava in una condizione di difficoltà, anche fisica”. Al mondo del calcio, e della tifoseria cagliaritana in particolare, ha dedicato anche uno dei suoi due libri, “Diari di curva”, scritto dopo “Vita da sbirro”.Da buon figlio di minatore, durante le proteste operaie parteggiava per i lavoratori e confessa di aver avuto, in un’occasione, anche una divergenza di vedute con un amministratore regionale infastidito dalla loro presenza. Nulla di strano per uno che ha avuto anche il coraggio, poco prima di andare in pensione, di candidarsi con i Comunisti italiani, provocando un po’ di subbuglio negli uffici della Questura. “Non mi sono mai sentito in contrapposizione con nessuno, né ho mai sentito la Polizia come tale. Ho sempre provato ad andare oltre i fatti cui assistevo, compatibilmente con l’esigenza di far rispettare le leggi”.

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