Le strade del calcio sono infinite e imprevedibili. Possono partire da Milano e arrivare in Danimarca, sfiorando posti lontani come l’Afghanistan. La storia di Francesco Errante, trentottenne ingegnere civile milanese, né è la dimostrazione. Da quando si è trasferito a Copenaghen, circa un anno fa, la sua è una vita sospesa, divisa tra campi e uffici. Se nei giorni feriali lavora ad un progetto di mobilità pubblica nell’area della capitale danese, la domenica si toglie il completo da impiegato e diventa il condottiero di due squadre della serie minori danesi. Una di queste è il Watan, la formazione della comunità afghana di Copenaghen. Non una denominazione banale: in lingua pashtun, infatti, questo termine significa “patria”.

Come è finito ad allenare in Danimarca?
Mi sono trasferito in Danimarca per lavoro. Atm, l’azienda dei trasporti milanesi per cui lavoro come ingegnere civile, insieme ad un’altra società, ha costituito Microservice, la società che gestisce la metropolitana danese. Qualche anno fa hanno vinto un appalto per mettere in servizio una nuova linea di circa 30 km. Ed eccomi qui.

Successivamente è nata l’opportunità di allenare nel contesto delle minors danesi.
In realtà è stato un qualcosa di parallelo. Prima di trasferirmi, avevo già un accordo con una squadra di calcio. Ho trovato prima una panchina che un appartamento (ride, ndr). Non sto scherzando.

In Danimarca ha portato la tua esperienza da allenatore, un hobby che coltiva da giovanissimo.
Per me quello di allenare resta un hobby, una passione, non un lavoro, anche se il mio approccio cerca di essere sempre il più professionale possibile. Ho cominciato ad allenare a 19 anni, dopo alcune non fortunatissime esperienze da calciatore. Ho conseguito il patentino Uefa B, ma in Italia ho allenato solamente in contesti giovanili, perlopiù in società dell’hinterland milanese come Buccinasco, Masseroni e Alcione.

Ha notato differenze nel modo di percepire l’allenamento e il calcio tra Danimarca e Italia?
Diciamo che qui c’è meno attenzione agli aspetti tattici e manca un po’ il concetto dello spogliatoio, un qualcosa di sacro in Italia. Va ricordato, infatti, che in Danimarca i club non hanno la proprietà delle strutture, che appartiene in toto alle varie municipalità.

La prima formazione che ha allenato a Copenaghen non è stato il Watan. È corretto?
Esatto, la prima squadra, che tuttora continuo ad allenare, è la Under 19 dello Skjold. In realtà, prima di prendere piede ufficialmente, collaboravo anche con la Under 17: quindi, praticamente, adesso mi interfaccio con gli stessi ragazzi, che nel frattempo sono cresciuti. Parliamo comunque di una realtà abbastanza prestigiosa e di un vivaio piuttosto rinomato. Basti pensare che da qui sono venuti fuori giocatori della nazionale come Yussuf Poulsen, oggi attaccante del Lipsia, o anche Pierre-Emile Højbjerg, centrocampista in forza al Tottenham, in Premier League.

Com’è nata, invece, l’avventura con il Watan, la squadra della comunità afghana?
Da queste parti fioccano le formazioni che rappresentano comunità straniere. Per intenderci: prima dell’abboccamento con lo Skjold, c’erano stati dei contatti con il direttore generale della formazione che rappresenta la comunità curda (sul modello del Dalkurd, squadra svedese), ma poi non se ne era fatto più nulla. Questa stessa persona, però, mi ha presentato l’opportunità di allenare il Watan, che ho deciso di cogliere al volo.

È complesso gestire uno spogliatoio culturalmente così distante?
È uno stimolo. Ho sempre pensato che non ci sia un mezzo migliore del calcio per arricchirsi a livello culturale. Inoltre, per natura, amo viaggiare e conoscere nuove culture. Certo, non avrei mai pensato di allenare un club di questo tipo, ma sono convinto che questa esperienza sarà estremamente formativa innanzitutto a livello umano.

Lingue, fedi, ma anche abitudini diverse.
La parola chiave del Watan è integrazione. Una delle cose più belle della nostra realtà è che nello spogliatoio convivono pacificamente sunniti e sciiti. Con lo Skjold mi è capitato di vivere anche il mese del Ramadan, un qualcosa di estremamente sacro e importante per i musulmani. Ho ammirato profondamente la forza e la resistenza dei miei giocatori in quel periodo, nel mantenere sempre un certo livello di prestazione nonostante il digiuno. Sanno tirare fuori un’energia straordinaria.

C’è qualche giocatore che, a tuo avviso, può ambire ad essere selezionato dalla Nazionale, attualmente al 155esimo posto del ranking Fifa.
È molto difficile. Il Watan viene da due promozioni consecutive, ma milita in nona serie danese, l’equivalente più o meno di una nostra Prima categoria. C’è, però, un giocatore, Salman Hamidi, la nostra stella, che a mio avviso potrebbe giocare fino a tre o quattro categorie sopra, sempre qui in Danimarca. Se ci riuscisse, potrebbe anche finire nei radar della Nazionale, che adesso sta vivendo un momento particolarmente complesso, non potendo giocare gare in territorio domestico.

A proposito del ritorno dei talebani al potere. Si parla anche di politica nel vostro spogliatoio?
No, non capita praticamente mai. Certo, i ragazzi tengono a cuore il loro Paese d’origine, ma ormai sono perfettamente integrati nel tessuto sociale danese. Alcuni sono nati e cresciuti in Danimarca. Molti non sono neanche mai stati in Afghanistan. In generale, però, direi che vivono il calcio come un momento ricreativo, di svago.

Progetti per il futuro?
Fino a fine 2025 sarò in Danimarca. Poi ho in mente di rientrare in Italia e di prendermi una pausa per dedicarmi completamente alla mia famiglia.

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