Le dichiarazioni fatte finora dal fratello di Saman Abbas, principale accusatore dei familiari per il femminicidio della sorella, sono inutilizzabili. A stabilirlo, a sorpresa, è stata la Corte d’assiste di Reggio Emilia, dove si sta svolgendo il processo per il femminicidio della 18enne uccisa dopo essersi opposta a un matrimonio forzato.

I giudici, nella lunga e articolata ordinanza letta dalla presidente Cristina Beretti, hanno stabilito che, sulla base degli elementi raccolti, il fratello di Saman Abbas doveva essere indagato, anche per assicurargli le dovute garanzie. Di conseguenza, tutte le dichiarazioni fatte dal ragazzo, a carico dei familiari imputati nel processo sulla scomparsa e sulla morte della 18enne pachistana sono inutilizzabili. Il ragazzo avrebbe quindi dovuto essere sentito in Aula non più come testimone, ma nella veste di un imputato in un procedimento connesso. La decisione è arrivata a sorpresa e ha accolto le eccezioni dei difensori degli imputati. A ragione della mutata posizione del ragazzo, la sua difensore, l’avvocata Valeria Miari, ha chiesto un termine per valutare insieme al suo assistito se avvalersi o meno della facoltà di non rispondere (come previsto dalle garanzie per la veste processuale di imputato in procedimento connesso). L’audizione è stata quindi rinviata a martedì 31 ottobre.

La Corte di assise ha dunque annullato sia le dichiarazioni fatte da persona informata sui fatti, 12, 15 e 21 maggio 2021, sia quello che ha riferito nel corso dell’incidente probatorio del 18 giugno 2021. All’epoca 16enne, il ragazzo venne sentito senza garanzie nelle prime audizioni, nonostante in quel frangente fosse indagato alla Procura per i minorenni per violenza privata (l’ipotesi di voler costringere la sorella a tornare nel Paese di origine). Quando ci fu l’incidente probatorio il procedimento era stato appena archiviato, tre giorni prima, dal Gip del tribunale minorile.

Il giovane è sempre stato il principale accusatore dei suoi familiari ora imputati, in particolare dello zio Danish Hasnain, chiamato a rispondere dell’omicidio in concorso con i cugini di Saman, Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq, col padre Shabbar Abbas e con la madre Nazia Shaheen, tutt’ora latitante. I giudici ritengono che la posizione del fratello andasse quantomeno approfondita in maniera diversa da come è stato fatto. Hanno sottolineato, tra gli elementi a suo ipotetico carico, che la sera dell’omicidio fu lui a mostrare ai familiari i messaggi e le chat tra Saman e il fidanzato, da cui sarebbe scaturita la lite. Fu poi lo stesso giovane a riferire che lo zio gli disse di rientrare in casa, quella sera, per non essere ripreso dalle telecamere. Per la Corte sussistevano indizi di reità che dovevano indurre, a garanzia della sua posizione e di quella degli altri indagati, a iscriverlo per il reato principale. Doveva essere fatto un approfondimento anche per valutare l’attendibilità di un soggetto in una posizione delicata.

Haider, fratello di Saman Abbas, è il tassello fondamentale dell’accusa nei confronti di genitori, zio e cugini. E, stando alle ultime rivelazioni, sta continuando a subire pressioni per evitare che la sua testimonianza vada avanti. La Procura di Reggio Emilia nei giorni scorso ha aperto un fascicolo di indagine contro ignoti: dagli accertamenti è emerso che ha mantenuto contatti con la madre e con familiari in Pakistan che, soprattutto quando c’è stata l’estradizione del padre, hanno portato avanti le pressioni.

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