Non solo le misure per arginare le alluvioni e ridurre il rischio idrogeologico. A sparire dal “nuovo” Piano nazionale di ripresa e resilienza sono anche i fondi per la medicina territoriale. Nella rimodulazione del piano del ministro per gli Affari europei e il Pnrr, Raffaele Fitto, sono stati ridotti i già scarsi finanziamenti previsti per la sanità pubblica. Eppure, il collasso del sistema sanitario a cui abbiamo assistito durante la pandemia avrebbe dovuto insegnare qualcosa: senza strutture adeguate e senza un livello intermedio di assistenza, gli ospedali – e in special modo i pronto soccorso, già molto in affanno – sono destinati a scoppiare. In effetti, il Pnrr è stato ideato proprio per rilanciare il Paese dopo lo shock economico e sociale causato dal Covid. Porre rimedio alle lacune che l’emergenza ha portato a galla è uno degli obiettivi principali del Recovery Plan. Il governo Meloni giustifica lo slittamento delle misure dando la colpa al “contesto attuale” e promette di realizzare comunque i progetti, attraverso altre risorse. Ma le associazioni di categoria non dormono sonni tranquilli: “Serve una sanità territoriale forte, una medicina più vicina ai cittadini. Tutto questo è destinato a rimanere sulla carta?”, ha denunciato Pietro Dattolo, presidente dell’Ordine dei medici di Firenze. Con la revisione del Piano, le Case della Comunità finanziate dai fondi europei passano da 1.350 a 936, gli Ospedali di Comunità da 400 a 304. Le Centrali Operative territoriali da 600 a 524. Vista la grave carenza di medici, in molti erano preoccupati che non fosse possibile garantire un organico sufficiente a queste nuove strutture. La buona notizia è che ora il rischio “cattedrale vuota” sembra essere scongiurato. Per il momento non si sa neanche quando verrà costruita la cattedrale.

I progetti rimandati di tre anni a causa dei costi – Secondo il governo era impossibile utilizzare i fondi europei per realizzare tutte le opere di medicina territoriale previste inizialmente dal Piano. I costi sono lievitati troppo negli ultimi due anni, a causa del rialzo dei prezzi delle materie prime ed energetiche. Secondo le stime dell’esecutivo, per esempio, per la costruzione di strutture sanitarie come le Case di Comunità, l’aumento dei costi oscilla tra il 24% e il 66%, a seconda delle regioni considerate. Per questo è stato necessario ridurre gli interventi previsti dal Pnrr. Tutti progetti espunti sono rimandati di tre anni, dopo giugno 2026. Solo allora le strutture saranno realizzate, grazie alle risorse nazionali del programma di investimenti in edilizia sanitaria e ammodernamento tecnologico (ex art. 20 della legge n. 67/1988), o mediante la riprogrammazione delle risorse della politica di coesione (FSC). Questi fondi coprirebbero i maggiori costi dei progetti a complessità realizzativa – come nuovi edifici, lavori che hanno maturato ritardi a causa di ricorsi o indisponibilità, lavori complessi sotto il profilo logistico organizzativo dei cantieri di adeguamento sismico. Per questi, il governo non è in grado di garantire il completamento entro giugno 2026. Ed è così che i cittadini, nella migliore delle ipotesi, dovranno aspettare ancora degli anni prima di veder realizzato quello che dopo il Covid sembrava una priorità per tutti: un sistema efficiente di medicina territoriale. Ma non saranno solo i progetti delle strutture sanitarie a essere ridotti. Anche la transizione digitale dei Sistema Sanitario Nazionale è stata rimandata. Telemedicina, ammodernamento delle grandi apparecchiature, digitalizzazione dei Dipartimento Emergenza e Accettazione di I e II livello: tutte le misure che richiedono lavori edili per la preparazione dei locali sono destinate a slittare.

L’Ordine dei medici di Firenze: “Incertezza sui tempi” – Ad attirare l’attenzione sui tagli previsti dall’esecutivo è stato Pietro Dattolo, presidente dell’Ordine dei medici di Firenze: “Siamo molto preoccupati per il possibile slittamento dei fondi del Pnrr per la realizzazione delle Case di comunità”, ha dichiarato, dopo aver appreso che alla Toscana mancheranno 570 milioni di euro, necessari per realizzare 132 strutture locali. A mettere in apprensione l’Ordine dei medici è l’incertezza nei tempi di realizzazione dei progetti. La Regione ha assicurato di essere pronta ad aprire nuovi cantieri tra fine 2023 e inizio 2024. Ma per il presidente dell’Omceo fiorentina il rischio è che si accumulino ulteriori ritardi. “L’assistenza sanitaria deve essere una priorità sempre e comunque – ha continuato Dattolo -. Serve una sanità territoriale forte, una medicina più vicina ai cittadini, così da non intasare i pronto soccorso. Tutto questo è destinato a rimanere sulla carta? Il Covid non ci ha proprio insegnato niente?”.

L’allarme dei territori: “Una scorrettezza irresponsabile” – Tra le voci più critiche rispetto alla decisione di Fitto e del governo, c’è quella di Vincenzo De Luca, presidente della regione Campania. Il governatore, nel corso di una diretta Facebook, ha definito “gravissima” la scelta di ridurre i fondi europei per la medicina territoriale: “Le risorse erano già estremamente limitate, 7 miliardi su 200 miliardi del Pnrr – ha denunciato -. Ora il governo decide di tagliare, senza alcun confronto con le regioni e senza nessuna valutazione di merito”. De Luca ha ricordato che la Campania è la regione che avrebbe dovuto realizzare più case di comunità, 170 per la precisione, necessarie “per recuperare decenni di ritardo sulla medicina territoriale”. Inoltre, De Luca lamenta il fatto che i fondi nazionali previsti dal governo per sopperire ai tagli del Pnrr servano in realtà per altri progetti: “Dovrebbero rimanere intatte e utilizzate per le manutenzioni e gli ospedali da realizzare. È qualcosa di sconvolgente, per il livello di scorrettezza e di irresponsabilità”. Anche la senatrice del Partito Democratico, Ylenia Zambito, ha messo in dubbio l’idea di Fitto di realizzare le misure con i fondi nazionali: “Quante volte pensa di poter spendere le stesse risorse? È grave e triste che la destra, quando c’è da tagliare e sacrificare, decida di partire sempre dalla sanità pubblica”, ha concluso la senatrice. Dalla Liguria, protesta Luca Garibaldi, capogruppo del Partito Democratico in Regione, che parla di “duro colpo” per il territorio. Mentre Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato nelle fila del Movimento 5 Stelle, pone l’attenzione sulle possibili ripercussioni per il Sud. “Ammesso e non concesso che sia praticabile il recupero di risorse dai Fondi di coesione per tornare a finanziare i progetti attualmente esclusi – ha scritto la senatrice in un post su Facebook -, si rischia comunque di togliere per altra via risorse che dovrebbero andare a sostenere il Mezzogiorno. Perché proprio a questo servono i Fondi di coesione. È una specie di partita di giro giocata sulla pelle dei cittadini”, scrive. E conclude: “Uno scenario inaccettabile, a maggior ragione dopo il dramma della pandemia“.

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