“Stiamo parlando di persone, di famiglie, di vite umane e non possono essere liquidate con un sms“. Il presidente dell’ordine degli Assistenti sociali lancia l’allarme mettendo in guardia dalla “guerra” che quel messaggio “sta scatenando”. Lo aveva già fatto a poche ore dall’invio dell’sms alle 169mila famiglie con l’annuncio della sospensione dal 31 luglio del reddito di cittadinanza ai cosiddetti occupabili: “Non si fanno riforme sulla pelle delle persone, non saremo noi ad assumerci l’onere di ritardi, omissioni e propaganda”. Una guerra che, per Gianmario Gazzi, rischia di avere due sole vittime: le persone fragili e gli assistenti sociali. Mentre le responsabilità verranno rimpallate tra il governo e gli enti locali, molti dei quali sono totalmente impreparati e hanno fatto poco o nulla negli ultimi anni per aumentare il numero degli operatori dei servizi sociali.

Il messaggio dell’Inps – La prima conseguenza tangibile dell’invio dell’sms è stato l’assalto in molti comuni d’Italia e “tanti uffici hanno dovuto regolamentare l’accesso ai servizi anche con l’aiuto della polizia locale“: “Se io vivo di reddito di cittadinanza e mi arriva quel messaggio sul telefono – sottolinea Gazzi al fattoquotidiano.it – la prima cosa che faccio è recarmi ai servizi sociali per avere la proroga, perché così si intuiva dal messaggio”. In effetti il testo dell’sms dell’Inps era questo: “Domanda di RDC sospesa come previsto dall’art. 13 del DL 48/2023 conv. Legge 85/2023. In attesa eventuale presa in carico da parte dei servizi sociali“. Un evidente “errore di comunicazione” per il presidente degli Assistenti sociali che non tiene conto “che non c’è nulla di più sbagliato di inviare un sms di quel tenore a persone in condizioni di fragilità“. “Pensate a persone – prosegue Gazzi – che a stento comprendono un testo, se sono in grado di comprenderlo, e arriva loro un messaggio come questo”. Parliamo di persone che “vivono, o meglio sopravvivono, grazie a quel sussidio e da parte dello Stato e dell’Inps non c’è stata neanche l’accortezza di mandare qualche riga in più per spiegare esattamente la situazione”. “È come se si fossero perse di vista le persone“, incalza il presidente dell’ordine degli assistenti sociali. “Uno Stato maturo, uno del G7 non può cadere su queste cose. Rischiamo di diventare una barzelletta se non siamo in grado di dare delle informazioni tempestive e corrette alle persone”.

Il lavoro dei servizi sociali – Così a sms inviato si apre una nuova fase. Tra le 169mila famiglie che hanno ricevuto il messaggio dall’Inps ce ne sarebbero, infatti, circa 88mila che potrebbero essere prese in carico dai servizi sociali perché “non occupabili” secondo i nuovi criteri. Un iter semplice? Non proprio. “Premesso che non tutte le situazioni sono da presa in carico del servizio sociale, ci deve essere tutto il tempo necessario per valutare se è una situazione che richiede un intervento, di che tipo e poi costruire con queste persone un percorso”, sottolinea Gianmario Gazzi. “Per costruire una presa in carico, non basta compilare dei questionari. Bisogna costruire una relazione di fiducia, considerando che spesso abbiamo a che fare con persone con situazioni importanti, che vanno dalla violenza alle dipendenze, alla salute mentale e persone che ad esempio non hanno scolarizzazione“. “Se sono una persona adulta sola con un forte disagio psichico (magari non diagnosticato) che deve fare un suo percorso perché ha avuto dei ricoveri o è stato in comunità, formalmente risulterà occupabile, ma in realtà non lo è perché non c’è un posto adatto. Pensiamo a chi soffre di dipendenze o ai neomaggiorenni che sono cresciuti in comunità. È un loro diritto per legge avere un progetto multidimensionale con l’attivazione delle risorse del terzo settore di quel territorio, con l’insieme di interventi dal sostegno domiciliare, ai centri diurni. Ma dipenderà da ogni singola situazione”.

Le diverse situazioni in Italia – Ed ecco un altro aspetto critico di questa vicenda. Non tutti i Comuni sono pronti. O meglio, non tutti i comuni si sono preparati. “Da diversi anni, già dal 2016-2107, sono stati messi a disposizione di regioni e comuni fondi importati. Ma come succede spesso in questo paese ci sono territori che hanno investito questi fondi costruendo delle reti che in questo momento cercano di reggere l’urgenza e altri che sono rimasti al palo”, aggiunge Gazzi. E spesso gli enti locali con più criticità sono quelli con il maggior numero si percettori di reddito di cittadinanza. “Ci sono realtà di regioni, come la Sicilia, che hanno speso – spiega – solo il 5% dei fondi a disposizione e il risultato è che i servizi, che sono già sottodimensionati rispetto a quanto previsto dalla legge, oggi si trovano pure questo tsunami di domande”. Così ci sono comuni, come Trapani, dove ci sono 5 assistenti sociali per 70mila persone, con il parametro di livello essenziale previsto per legge che è di un operatore ogni 5mila abitanti, con obiettivo di servizio di 1 su 4mila. “Questi assistenti sociali devono già fare tutto, non solo pensare al reddito di cittadinanza”, spiega il presidente dell’ordine: “Se ne avessi avuti a disposizione 14, come minimo previsto dalla norma, forse uno di questi potevo impegnarlo per lavorare solo sui percorsi relativi al reddito di cittadinanza. Se un ufficio è sottodimensionato rispetto alle esigenze, potrà stare dietro solo alle urgenze e non potrò mai fare qualcosa di più”.

La richiesta di prorga dei termini – “Ogni livello dell’amministrazione pubblica deve prendersi il suo pezzo di responsabilità in questa vicenda. Sembra ogni volta – continua Gazzi – che si scopra l’acqua calda. Bisogna affrontale queste cose, prima di un prossimo sms o messaggio su WhatsApp”. Il tema qui è che c’è sì una responsabilità del governo, che probabilmente ha calcolato male i tempi di transizione da una misura a un’altra. Però “il problema è che c’è un concatenarsi di responsabilità che vede le regioni e poi i comuni non avere usufruito di fondi e opportunità che già da sette anni la norma dava loro”, ribatte il presidente dell’ordine degli assistenti sociali. “Giustamente un sindaco o un assessore si lamenta del messaggio Inps che è fuorviante. Però vorrei sapere loro cos’hanno fatto in questi anni”, aggiunge. Così gli assistenti sociali chiedono due cose: una proroga dei termini al governo mentre alle regioni e ai comuni viene chiesto di utilizzare al più presto quei fondi che sono a disposizione per potenziare gli uffici. “In questo rimpallarsi di responsabilità tra livello centrale e locale – conclude Gianmario Gazzi – rimangono stritolate le persone che ricevono l’sms e dall’altra parte gli operatori che dovranno dare una risposta. E queste persone, quando si trovano davanti a una non risposta si arrabbiano e con chi? Ovviamente con l’operatore”. Per questo l’ordine degli assistenti sociali chiede di “intervenire immediatamente prima che le minacce di assalto ai servizi sociali diventino realtà, prima che qualcuna o qualcun assistente sociale venga aggredito”. Tutto questo sperando che lunedì, alla riapertura degli uffici, la situazioni rimanga sotto controllo.

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