“Silvio Berlusconi perseguitato anche da morto” con “l’accusa più delirante, quella di mafiosità“. “Una parte della magistratura è un soggetto politico, teso solo a infangare gli avversari”. Una “tenaglia pm-giornalisti complici” che “condiziona la vita democratica del Paese”. Sono questi i concetti chiave della lettera che Marina Berlusconi ha scritto a il Giornale, raccogliendo idealmente il testimone del padre nell’attacco a testa bassa alla magistratura e proseguendone la narrazione vittimista, al di là dei fatti contestati, e inserendosi nel dibattito sulla riforma della Giustizia: “Caro direttore, ma la guerra dei trent’anni non doveva finire con Silvio Berlusconi? Dopo di lui, il tema giustizia non doveva tornare nei binari della normalità? No, purtroppo non è così. Ha aspettato giusto un mese dalla sua scomparsa, la Procura di Firenze, per riprendere imperterrita la caccia a Berlusconi, con l’accusa più delirante, quella di mafiosità”.

L’indagine – Il riferimento di Marina è alle notizie trapelate dopo che il 12 luglio scorso l’ex senatore Marcello Dell’Utri (e storico braccio destro di Silvio Berlusconi) è stato perquisito su mandato dei procuratori aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli e dal pm Lorenzo Gestri. Dell’Utri è indagato in relazione a un presunto ruolo di “mandante esterno” delle stragi del 1993 e del 1994. Dell’Utri sarà interrogato domani (18 luglio) dai pm di Firenze. L’avviso di garanzia gli è stato notificato in occasione della perquisizione. Al centro dell’inchiesta ci sono anche i rapporti economici tra Berlusconi e l’amico, fresco di 30 milioni di euro (non oggetto di indagine) che il leader di Forza Italia gli ha dedicato come lascito ereditario. Lo stesso Dell’Utri che ha scontato una condanna definitiva per concorso esterno a Cosa nostra. Di lui, nella lettera, ovviamente non c’è alcun riferimento diretto.

La mafia – “La scomparsa di mio padre non ha mutato nulla”, ribatte Marina Berlusconi dalle pagine de il Giornale. “Dopo oltre vent’anni di inchieste, dopo una mezza dozzina di indagini chiuse su richiesta degli stessi pubblici ministeri perché non c’era – non poteva esserci – alcun elemento di prova, e subito riaperte in modo da dilatare strumentalmente qualsiasi termine di scadenza, dopo che i conti della Fininvest sono stati passati per anni al setaccio senza risultato, ci sono ancora pm e giornalisti che insistono nella tesi, assurda, illogica, molto più che infamante, secondo cui mio padre sarebbe il mandante delle stragi mafiose del 1993-94. È qualcosa di talmente enorme che fatico perfino a scriverlo. Ma davvero qualcuno può credere che Silvio Berlusconi abbia ordinato a Cosa Nostra di scatenare morte e distruzione per agevolare la sua discesa in campo del gennaio 1994? Ed è credibile, poi, che abbia costruito una delle principali imprese del Paese utilizzando capitali mafiosi?”, chiede Marina ricordando “l’orrore per ogni forma di violenza” e “la profonda considerazione per ogni singola persona” del padre e citando “le leggi contro la criminalità organizzata varate dai governi Berlusconi”.

L’attacco ai giornalisti – Ed ecco riproporre la narrazione contro una “piccola parte della magistratura” che diventa “casta intoccabile e soggetto politico” che “infanga” gli “avversari, veri o presunti”. Marina parla di “teoremi” accusatori dei pm sui quali gli stessi “adattano la realtà dei fatti, anche stravolgendola”. “Che poi alla fine questo non trovi il minimo riscontro importa poco”, continua puntando il dito anche contro “gli organi di informazione amici” delle procure che intanto “avranno diligentemente pubblicato le carte dell’accusa”. “L’avviso di garanzia – continua Marina – serve così solo a garantire che l’indagato venga subito messo alla gogna”. “Un meccanismo diabolico” lo definisce, parlando di una “tenaglia pm-giornalisti complici“, che “condiziona, e nel caso di mio padre si è visto quanto, la vita democratica del Paese“.

La riforma della giustizia – Così la sua attenzione si rivolge al dibattito sulla riforma della Giustizia: parlando di un “conflitto tra magistratura e politica” attualmente “più vivo e violento che mai”, Marina Berlusconi nella sua lettera parla di una “sensazione sconfortante, perché sembra che ogni ipotesi di riforma diventi motivo di scontro frontale, a prescindere dai suoi contenuti”: “Un Paese in cui la giustizia non funziona – scrive Marina – è un Paese che non può funzionare. Non m’illudo che, dopo tanti guasti, una riforma basti a restituirci alla piena civiltà giuridica. Ma penso, e spero, che chi ha davvero il senso dello Stato debba fare qualche passo importante. Non dobbiamo, non possiamo rassegnarci. Abbiamo diritto a una giustizia che, come si legge nelle aule di tribunale, sia «uguale per tutti». Per tutti, senza che siano certe Procure a decidere chi sì e chi no”, è la conclusione della lettera di una Marina Berlusconi che raccoglie il testimone del padre.

Articolo Successivo

Da Berlusconi a Meloni, le leggi ad personam diventano ad personas

next