Alla vigilia della conferenza di Monaco del 1938, quella in cui Francia, Gran Bretagna e Italia permisero alla Germania nazista di mettere le mani sulla pacifica Cecoslovacchia, il primo ministro britannico Neville Chamberlain si rivolse alla nazione via radio dicendo -parole testuali -: “Com’è orribile, fantastico, incredibile che qui si debbano scavare trincee e provare maschere antigas a causa di una lite in un paese lontano tra gente di cui non si sa nulla”. Ecco, i politici e i militari spesso – al di là dell’essere di corte vedute e meschini – sono più pronti a combattere la guerra di una o due generazioni prima che quella di dopodomani: con la guerra più sanguinosa d’Europa dal 1945 che infuria in Ucraina, appena oltre i suoi confini orientali, l’Alleanza Atlantica, che immaginiamo sempre all’avanguardia e pronta a nuove sfide, solo adesso si è decisa a dare inizio alla pianificazione per affrontare un conflitto con un avversario alla pari come Mosca. Come ha affermato Rob Bauer, il tenente ammiraglio della Marina reale olandese e presidente del Comitato militare della Nato, “la differenza fondamentale tra la gestione della crisi e la difesa collettiva è questa: non siamo noi ma il nostro avversario a determinare la tempistica” e da ora in poi “il conflitto può presentarsi in qualsiasi momento”. È per questo che al vertice di Vilnius dell’11-12 luglio, i leader hanno approvato migliaia di pagine di piani militari segreti che descrivono in dettaglio per la prima volta dalla Guerra Fredda come l’alleanza risponderà ad un attacco russo.

Siamo di fronte a un cambiamento epocale per almeno due motivi fondamentali: in primo luogo, i Paesi occidentali non si preparano più a combattere una guerra nucleare su larga scala contro Mosca ma prefigurano un conflitto convenzionale e su base regionale; in secondo luogo, la Nato non aveva mai ritenuto necessario elaborare piani di difesa su larga per una guerra convenzionale, dato che in passato si era fatto affidamento, a Ovest come a Est, soprattutto alla deterrenza nucleare. Basti pensare che durante la guerra fredda l’alleanza aveva schierato al massimo un centinaio di divisioni in Europa, poca cosa rispetto alla potenza sovietica, ma soprattutto le chiavi della deterrenza nucleare – quella sì, funzionante – erano rimaste gelosamente in mano a Washington. Insomma, fino all’altro ieri, i leader ragionavano come Neville Chamberlain, immaginando le guerre del futuro come una ripetizione di quelle del passato, giusto con un po’ più cyber e un po’ meno nucleare: ora, invece, chi se la sente di escludere che le truppe russe e quelle della Nato si trovino a combattere una guerra di attrito, con soldati trincerati, squadre coperte dai tank, aviazione e artiglieria come se non ci fosse un domani e attacchi suicidi di droni. Questo potrebbe accadere nel Baltico, in Finlandia, in Polonia o anche a pochi chilometri dall’Italia. Così, sono stati elaborati dei piani di difesa su base regionale, superando a fatica la resistenza turca a causa di Cipro: l’obiettivo è di rendere reattiva l’alleanza in caso di attacchi su province o città precise, dando a ogni nazione indicazioni su come potenziare le proprie forze e la logistica per affrontare diversi scenari. Anche questa è una piccola rivoluzione: in passato gli Usa erano stati il ​​principale fornitore di armi, logistica, basi aeree e piani di battaglia. Tutto questo avrà un costo: è per questo che i leader intendono trasformare l’investimento del 2% del bilancio statale di ogni membro in un requisito minimo, non più solo nello standard. Per capirsi, l’alleanza sta preparandosi a gestire i rapporti con la Russia come Israele fa con i paesi arabi ostili: non con l’arma nucleare, considerata opzione estrema e non risolutiva, ma essendo pronto a reagire ad attacchi limitati nel tempo e nello spazio. Nessuno se la sente di escludere che stormi di droni suicidi russi colpiscano a ripetizione le infrastrutture polacche o quelle finlandesi, non abbastanza per scatenare una guerra nucleare contro Mosca.

In tutto questo, è stata protagonista la Turchia, primo paese Nato a installare alla vigilia del vertice di Vilnius una fabbrica di droni in Ucraina, persino a guerra in corso. L’azienda che collaborerà con Kiev, la Baykar, non è un’impresa qualsiasi: il suo presidente e chief technology officer è il genero del leader turco Recep Tayyip Erdoğan. Sì, quello stesso che nei giorni scorsi ha consegnato al presidente Volodymir Zelensky gli ufficiali del battaglione Azov che avevano tenuto testa per più di due mesi alle truppe di Mosca assediati nel bunker dell’impianto Azovstal e al cui gioco Mosca ha potuto solo rispondere con sdegno, ma nient’altro. E lo stesso che ha acconsentito all’ingresso della Svezia nella Nato in cambio – qui lo dice, qui lo nega – dell’avvio della procedura di adesione della Turchia all’Unione europea. Il messaggio che – dall’Italia – riceviamo è che una posizione geopolitica importante da diritto a dividendi monstre e che, anche se l’alleanza si prepara ad affrontare le maggiori sfide dalla sua fondazione, i paesi membri possono coltivare il loro orticello, a patto di non favorire i nemici dell’alleanza stessa. Il fatto è anche che la Turchia, come la Polonia e pochi altri paesi Nato, è militarmente già pronta per un conflitto, a differenza di altri – come la Germania – i cui comandanti militari riconoscono di non disporre di munizioni sufficienti per più di pochi giorni di combattimenti ad alta intensità. Turchia e Polonia, così, si pongono, nel loro piccolo, in una posizione paragonabile a quella americana, di fornitori di sicurezza militare: di conseguenza, le loro aziende beneficeranno di una miniera d’oro di ordini di armamenti, dall’Ucraina come dal resto della Nato. Gli altri europei, quelli meno capaci o meno pronti alla guerra, si faranno carico del costo della ricostruzione postbellica: ci sta che questi ultimi, Germania in testa, siano più pronta a investire in questo rispetto che nel rafforzamento delle forze armate.

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