di Paolo Di Falco

Ci risiamo. Ennesima denuncia di stupro che vede come accusato il figlio di un politico, qualcosa che dovrebbe essere del tutto irrilevante in un dibattito pubblico ideale incentrato più sull’accaduto, sui dati spaventosi piuttosto che sulla politicizzazione del gesto per cercare di scalfire il consenso elettorale di figure che, come direbbe Gaber, “per fortuna o purtroppo” occupano cariche di governo in quanto votate dalla maggioranza degli elettori.

Allo stesso modo, in un Paese che si dice civile, non è possibile che la seconda carica dello Stato per difendere il figlio su pubblica piazza parli dei “molti interrogativi” lasciati aperti da “una denuncia presentata dopo quaranta giorni dall’avvocato estensore che – cito testualmente il giornale che ne dà notizia – occupa questo tempo per rimettere insieme i fatti. […] Lascia oggettivamente molti dubbi il racconto di una ragazza che, per sua stessa ammissione, aveva consumato cocaina prima di incontrare mio figlio”. Parole che sì il presidente del Senato ha poi ratificato dopo le diverse critiche ma che, comunque, vanno a riproporre il solito schema dello screditare una vittima di stupro solo perché decide di denunciare quanto avvenuto dopo un certo periodo di tempo.

Uno schema che ha in sé dell’assurdo, dove qualcuno esterno ai fatti, non si sa in virtù di cosa, si arroga il diritto di definire i tempi in cui una vittima di stupro dovrebbe denunciare di aver subìto violenza. Uno schema che è espressione di uno dei principali meccanismi su cui si va a basare la “cultura dello stupro”, ovvero la vittimizzazione secondaria. In sostanza ad essere sul banco degli imputati non è il colpevole della violenza ma bensì la vittima.

Alle parole del presidente La Russa si sono poi aggiunte quelle di un tale che si definisce giornalista (cosa che non gli si può contestare, vista la sua appartenenza all’ordine) ma che preferisce svilire la sua professione con parole talvolta ornate da commenti sessisti, altre volte razzisti. Forse potrebbe essere definito come l’esempio lampante di quello che un giornalista non è ma anche qui, nella repubblica delle banane, qualcuno preferisce spedirlo a condurre una striscia d’informazione dal lunedì al venerdì prima del Tg2 delle 13.

Filippo Facci scrive “le sofisticate scienze forensi non impediscono che alla fine si scontri una parola contro l’altra, e che, nel caso, risulterà che una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa (una famiglia, una tribù) e che perciò ogni racconto di lei sarà reso equivoco dalla polvere presa prima di entrare in discoteca, prima di chiedere all’amica ‘sono stata drogata?’ anche se lo era già di suo”.

Ed è qui che viene fuori l’altra faccia, quella più subdola e meschina che si cela dietro quel gioco di parole: l’aver assunto cocaina, secondo la tesi sopra, farebbe passare in secondo piano il concetto stesso di stupro, cioè un atto sessuale avvenuto senza il consenso di chi lo ha subìto. Anni e anni di campagne incentrate sull’importanza del consenso nei rapporti sessuali buttati al vento in una sola frase. Alla fine, cosa ormai ricorrente, uno stupro si è trasformato in un fatto rilevante solo perché il presunto autore sarebbe il figlio della seconda carica dello Stato.

Arrivati a questo punto, l’arena pubblica si è affollata di commentatori dell’ultima ora che si sono stracciati le vesti a furia di schierarsi, quasi fossimo in una competizione melodrammatica, da una parte piuttosto che dall’altra. Nulla importa del fatto che, stando ai dati Istat, quasi un milione e mezzo di donne in Italia abbia subito nella vita le forme più gravi della violenza sessuale, come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila). Complessivamente, il 3 per cento delle italiane sono state stuprate, nel 62,7 per cento dei casi da partner o ex, nel 3,6 per cento da parenti e nel 9,4 per cento da amici.

Nulla importa del fatto che nel momento in cui un presunto caso di stupro si tratta con tale enfasi mediatica, dove si vanno a intrecciare dichiarazioni e articoli ambigui (per non dire altro), il rischio è quello di scoraggiare le vittime a denunciare quanto accaduto. Nulla importa del peso delle parole: c’è chi ha già deciso e condannato sui giornali e nei salotti televisivi. È sempre bello ergersi a giudici sulla pelle degli altri, peccato che non si stia parlando di una bega condominiale ma di uno dei tanti casi di stupro a cui, troppe volte, è riservato solo un piccolo trafiletto di giornale.

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