“Quando le ho chiesto se andasse tutto bene, mi ha detto sì, stiamo rientrando. La bambina ieri mi ha fatto tribolare per i dentini”. Parola di Marina Assandri, la madre di Alessia Pifferi e nonna di Diana, che ha parlato oggi davanti alla Corte d’Assise di Milano nel processo che vede la figlia imputata per omicidio volontario anche aggravato dalla premeditazione. Diana, che aveva meno di un anno e mezzo, quel mattino del 20 luglio 2022, invece, da almeno 24 o 48 ore era già morta disidratata, perché la madre l’aveva abbandonata da sola in casa, nel letto con un po’ di latte e acqua, e se ne era andata per 6 giorni dal compagno in provincia di Bergamo, prima di rientrare e trovare il corpo senza vita. “È partita di giovedì (il 14 luglio, ndr) – ha spiegato Assandri, rispondendo alle domande dei pm Francesco De Tommasi e Rosaria Stagnaro – dopo tre giorni le ho telefonato. Le ho chiesto di fare una videochiamata e mi ha detto che la bambina stava dormendo”. Commossa, la madre dell’imputata ha ricordato il periodo in cui la figlia era incinta: “Ai primi mesi di gravidanza mi ha detto di non dirlo a nessuno. Diceva ‘questa è una cosa bella mia, voglio dirla iò. Le ho sempre chiesto di dirmi chi fosse il papà, ma non lo ha mai fatto”. Il giorno del parto, ha aggiunto, “mi ha mandato un messaggio per dirmi che ero diventata nonna – ha raccontato in lacrime – e che la bambina si chiamava Diana, come una principessa”.

“Mia madre era molto provata, era la prima volta che la rivedeva dopo l’arresto di Alessia, è stato un ennesimo colpo”, ha raccontato fuori dall’aula Viviana Pifferi, sorella di Alessia che, assieme alla madre, è parte civile (col legale Emanuele De Mitri) e sempre presente alle udienze con una maglia con stampata una foto della nipote. “Mia sorella ha distrutto tutti e provo tanta rabbia, non capisco il perché, non era sola e abbandonata lei, sono altre le persone sole e abbandonate e se solo noi avessimo saputo, saremmo corsi”, ha detto dopo aver testimoniato anche lei, raccontando che “per quello che potevo, io le davo consigli”.

Per la difesa, che col legale Alessia Pontenani ha chiesto una perizia psichiatrica (che è stata respinta), la 37enne ha sempre avuto, stando a relazioni mediche, un “gravissimo ritardo mentale” e un quoziente intellettivo di “una bimba di 7 anni”, ma nessuno, compresi i familiari, l’ha “mai aiutata”. Per l’ex compagno, che non era il padre della piccola ed inconsapevole che in quei giorni lei avesse lasciato la figlia a morire di stenti nell’appartamento di via Parea, Alessia Pifferi “aveva un carattere un po’ brusco, ma mi sembrava una persona del tutto normale”. Anche lui, così come l’ex marito, ha parlato davanti alla Corte: “Quel 20 luglio – ha detto – mi ha chiamato per dirmi che Diana era morta, mi ha detto che aveva trovato la porta socchiusa e che non era vero che la bimba era al mare con la sorella, ma era rimasta con la babysitter (un’altra bugia, ndr)”. Poco prima in aula anche la ricostruzione delle indagini del capo della Squadra mobile Marco Calì. Il 7 luglio, ha spiegato tra le altre cose, Pifferi disse ad un’amica che ci sarebbe stato il battesimo di Diana, “ma in realtà si trattava di una serata romantica” con il compagno. Serata per la quale aveva noleggiato pure “una limousine per un importo di 536 euro”.

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