La vendetta è un piatto che si consuma freddo. Dopo essere stato ripudiato da Nissan e dalla stessa Alleanza nippo francese con Renault, essere stato arrestato quattro volte (la prima nel novembre del 2018), detenuto anche in maniera arbitraria, non ragionevole e “fondamentalmente ingiusta”, almeno secondo un gruppo di lavoro del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, e scappato dal Giappone con una fuga rocambolesca costata il carcere ai due americani che lo avevano aiutato, il 69enne ex Ceo di tutte e le tre realtà Carlos Ghosn è passato all’attacco.

Dal Libano, nazione della quale possiede la cittadinanza (oltre a quella brasiliana e francese), dove si è rifugiato nel 2019, il top manager ha fatto causa a Nissan per un totale di quasi 1,1 miliardi di dollari. Nel dettaglio, la richiesta è per 588 milioni di mancati compensi e costi vari (non è chiaro se tra questi ci siano anche i 3 milioni richiesti da Michael Taylor, uno dei due statunitensi condannati per averlo aiutato a fuggire) e per altri 500 milioni di sanzioni, anche per il danno alla sua reputazione. Il procedimento è nelle mani della pubblica accusa presso la Corte di Cassazione libanese.

Quante siano le reali possibilità che un simile procedimento abbia un seguito è difficile da capire: Ghosn è ancora formalmente ricercato dalle autorità nipponiche, il cui mandato di cattura è fermo in Libano dal gennaio del 2020. Che il sistema giudiziario del paese del Sol Levante – contro i cui metodi il manager si è ripetutamente scagliato – possa dare seguito alle richieste di un paese che non si è mosso sull’estradizione appare piuttosto improbabile.

Nell’atto rivelato dalla testata Automotive News Ghosn chiama in causa almeno una dozzina di dirigenti e dipendenti di Nissan, fra i quali le presunte “gole profonde”, Hari Nada e Toshiaki Onuma, che avrebbero fornito le testimonianze decisive evitando il procedimento a proprio carico, oltre a due membri del board Masakazu Toyoda e Motoo Nagai. Secondo la Procura di Tokyo, Ghosn sarebbe colpevole di illeciti finanziari, tipo aver sottostimato i propri guadagni per un totale di 78 milioni (il suo successore, Hiroto Saikawa, era stato costretto a dimettersi per una vicenda quasi analoga, l’indebita percezione di alcuni premi) evitando di pagare le relative tasse, mentre Nissan ha aperto un contenzioso contro di lui per i danni economici che avrebbe provocato.

Il manager dalla triplice cittadinanza ha sempre respinto le accuse evocando i successi ottenuti alla guida di Nissan e parlando di un complotto sostanzialmente giapponese per rallentare i piani che aveva finito con il penalizzare la stessa azienda. Per anni Ghosn era stato considerato in Giappone e dalla stessa Nissan come una sorta di “salvatore” (Renault lo aveva inviato in Asia nel 1999 per risollevare le sorti dell’azienda) e insignito di diversi premi.

Nissan ha fatto sapere di non essere a conoscenza dell’azione legale né di aver ricevuto alcuna documentazione e di non poter pertanto fornire alcun commento. Il caso era e resta “spinoso”, perché Greg Kelly, manager americano di Nissan molto vicino a Ghosn, era rimasto invischiato nello stesso procedimento sui compensi, aveva spiegato di aver cercato soluzioni di pagamento legali per evitare che il Ceo lasciasse Nissan per andare alla concorrenza. La Procura aveva chiesto una condanna a due anni, ma la pena è stata dimezzata in fase di giudizio e sospesa e al costruttore giapponese è stata inflitta una multa di 1,7 milioni.

Tra pochi giorni, inoltre, lascerà la Nissan il Coo Ashwani Gupta, il manager indiano che ha contribuito al risanamento e al rilancio dell’azienda dopo la crisi coincisa con l’arresto di Ghosn. Tra le indiscrezioni circolate sulle ragioni del suo addio ci sarebbero gli “scontri” con il Ceo Makoto Uchida sui tempi dell’intesa con Renault.

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