“Abbiamo avuto questa occasione d’oro” per gettare le basi per rispondere a una domanda cruciale: “Come sopravvivi in ​​un ambiente ostile come questo per 15 generazioni?”. La domanda è della genetista Elaine Ostrander del National Human Genome Research Institute (Maryland, Usa) tra gli autori dello studio pubblicato su Science Advances dal titolo molto meno eloquente delle conclusioni: “I cani di Chernobyl: approfondimenti demografici sulle popolazioni che abitano la zona di esclusione nucleare”. A 35 anni dal disastro (26 aprile 1986) – riporta l’Asssociated Press – questi animali vivono tra edifici in rovina e abbandonati all’interno e intorno all’impianto chiuso, ma sono ancora in grado di trovare cibo, riprodursi e sopravvivere. La loro esperienza e i loro geni fanno ipotizzare agli scienziati che questi cani possano insegnare agli umani su come vivere anche negli ambienti più difficili e degradati come quelli radioattivi. L’analisi ha riguardato 302 esemplari in libertà che vivono in una “zona di esclusione”. I diversi livelli di esposizione alle radiazioni potrebbero averli resi geneticamente distinti l’uno dall’altro e dagli altri cani in tutto il mondo.

Tim Mousseau, professore di Scienze biologiche all’Università della Carolina del Sud, ritiene i cani “forniscono uno strumento incredibile per esaminare gli impatti di questo tipo di ambiente” sui mammiferi in generale. Per gli studiosi la maggior parte dei cani sotto osservazione, esposti a radiazioni ionizzanti a lungo termine e a basso dosaggio, sembrano essere i discendenti degli animali domestici che i cittadini furono obbligati a lasciare dopo l’evacuazione. Mousseau, che lavora nella regione di Chernobyl dalla fine degli anni ’90, ha iniziato a raccogliere sangue dai cani intorno al 2017. Alcuni dei cani vivono nella centrale elettrica, altri nel raggio compresso tra 15 e 45 chilometri. Le analisi del Dna potranno dare diverse ulteriori risposte fornendo approfondimenti su come gli animali e gli esseri umani possono vivere ora e in futuro in regioni del mondo sotto “continui attacchi ambientali” e nell’ambiente contaminato. I ricercatori hanno già iniziato la ricerca di follow-up con i cani nel sito a circa 60 miglia (100 chilometri) da Kiev.

Lo studio su Science

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