A ovest i grandi preparativi, a est l’impietoso bollettino di guerra: non è un caso che il viaggio papale nella Repubblica Democratica del Congo, annullato nel luglio 2022, sia stato ora rimodulato sopprimendo la tappa a Goma, capoluogo del Nord Kivu, cuore ferito del secondo paese più esteso d’Africa, grande come l’Europa occidentale. E così, mentre nella capitale Kinshasa fervevano i preparativi (con tanto di rovinoso crollo notturno del palco allestito allo stadio), nelle martoriate province orientali giungeva notizia dell’ennesima strage. Almeno 15 morti, stavolta in un triplice assalto in Ituri attribuito alle ADF, gruppo che si autoproclama affiliato all’ISIS. Solo l’ultimo di un’infinita serie di massacri, che stentano a “bucare” le cronache occidentali. Morti figli di un dio minore, a cui forse ora Papa Francesco potrà dare voce.

Ma è nel Nord Kivu, attorno al capoluogo Goma, che la situazione è incandescente ormai da mesi, da quando ha fatto la sua ricomparsa l’M23, movimento “ribelle” sconfitto nel 2013 e risorto un anno fa, che i rapporti Onu indicano come longa manus del Rwanda. In un gioco di avanzate e ritirate attorno alla città di Goma, anche su quella route nationale 2 divenuta nota agli italiani dopo la barbara esecuzione dell’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso con il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista del WFP Mustapha Milambo. Lì, a pochissima distanza dal luogo dell’agguato, Papa Francesco avrebbe dovuto celebrare una messa. Così era previsto nel programma del viaggio di luglio, poi saltato ufficialmente a causa dei problemi al ginocchio. Ora i combattimenti in corso, ripresi nell’autunno dopo un periodo di relativa calma, hanno reso di fatto impossibile per il pontefice recarsi nel cuore martoriato del Kivu. Una delegazione di una sessantina di persone in rappresentanza delle vittime delle guerre dell’est incontrerà il pontefice a Kinshasa, nella nunziatura apostolica, a nome dei milioni di vittime di una delle guerre più tragiche e volutamente trascurate.

Sono passati molti anni dall’ultima visita di un papa a Kinshasa, capitale di quello che allora si chiamava Zaire ed era governato dal dittatore Mobutu Sese Seko: era il 1985 e Giovanni Paolo II aveva incontrato un paese profondamente diverso da quello attuale, un paese povero, senza libertà, ma in cui l’opprimente potere centrale quanto meno conteneva le spinte centrifughe e favoriva lo spirito nazionale. Francesco giunge oggi in uno Stato piegato e piagato da impoverimento e sfruttamento, corroso da una corruzione altissima a tutti i livelli, che rende inefficiente la farraginosa macchina statale, smembrato da sciacalli interni ed esteri che si spartiscono le immense risorse minerarie di uno degli Stati potenzialmente più ricchi al mondo. In questo paese a brandelli, dove la gestione del potere politico ed economico è indegna di un popolo fiero e capace – quando serve – di ribellarsi, giunge oggi l’attesissima visita di Papa Francesco: la Chiesa cattolica rappresenta all’incirca il 40% della popolazione, che è in grande maggioranza cristiana ma con tante declinazioni, dalle chiese protestanti alle numerosissime chiese del risveglio che spuntano a ogni angolo di strada. Un 40% che – su 110 milioni di abitanti – fa della Repubblica democratica del Congo il paese con il maggior numero di cattolici nel continente africano.

Per questo, la Chiesa resta una voce di prim’ordine: la Cenco, la Conferenza dei vescovi, è ascoltatissima e negli anni della presidenza Kabila ha saputo prendere posizioni anche molto forti, tenendo testa alle derive autoritariste. Ora, con Félix Tshisekedi, è più moderata nei suoi interventi, ma avrà di nuovo un peso imprescindibile nelle prossime elezioni presidenziali, previste per dicembre: con la pervasiva presenza di parrocchie e missioni su un territorio vastissimo e per gran parte privo di strade e infrastrutture, dal 2006 (anno delle prime elezioni libere dopo la dittatura di Mobutu) la gestione delle tornate elettorali conta su una capillare rete di osservatori elettorali civici, formati e coordinati dalle parrocchie, che stilano rapporti precisi e che anche durante le ultime elezioni avevano consentito di registrare enormi irregolarità. Insomma, al di là della presenza ecclesiale purtroppo ancora fondamentale in settori vitali quali sanità e scolarità (purtroppo, perché lo stato non è in grado di garantire i servizi minimi), la Chiesa cattolica in Repubblica Democratica del Congo resta fondamentale anche nella vita sociale e politica.

Che lo possa essere anche per il complesso ma indispensabile processo di pacificazione, è da vedere. Di certo, tutti lo auspicano. Così come si attendono una denuncia forte e chiara dello sfruttamento di cui è vittima gran parte della popolazione, come conferma a ilfattoquotidiano.it da Bukavu padre Franco Bordignon, missionario saveriano in Congo da 50 anni: “Quello che noi tutti – e non solo i cattolici – speriamo è che l’autorità morale del Papa farà aprire gli occhi al mondo intero, che vive sulla pelle dei congolesi grazie alle materie prime estratte qui: 30 anni di guerre, disastri e milioni di morti ci cui nessuno parla in questo Paese ricchissimo, che ha alimentato la rivoluzione tecnologica con il coltan e ora sarà fondamentale per la transizione ecologica, con il cobalto e ora anche il litio”.

Una rivoluzione “verde” paradossale: “Tutto ciò basato sullo sfruttamento dei moderni schiavi: 40mila bambini nelle miniere, donne con fardelli che pesano più di loro, centinaia di migliaia di uomini nelle miniere artigianali senza alcuna protezione, spesso uccisi da frane o da esalazioni tossiche e radiattive. Attraverso la presenza del Papa, si potranno puntare i riflettori non solo sugli eserciti anche stranieri che abbiamo qui ora, ma anche sulle vittime dello sfruttamento: siamo merce umana per saccheggiare i minerali preziosi di cui il mondo non può fare a meno”. In vista del viaggio papale, 107 associazioni della società civile italiana hanno scritto una lettera a Francesco, il cui testo è stato reso noto in parte: “La sua venuta è stata lungamente attesa dal popolo congolese, di ogni appartenenza religiosa. Perché chi si sente fra i dimenticati della storia, trovi un soffio di speranza presso chi gli si fa prossimo. Perché, attraverso di lei, il mondo potrà alfine guardare alla sofferenza senza fine di questo popolo, soprattutto all’est, e mettere in atto strumenti che sanzionino gli aggressori e scoraggino la guerra”.

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