Matteo Salvini sapeva del petrolio, non della tangente. Dopo tre anni la Procura di Milano chiede di archiviare l’indagine sui soldi russi alla Lega con trattative al Metropol di Mosca, operazione che fu fatta saltare all’ultimo da chi la stava organizzando, con protagonisti il leghista Gianluca Savoini, ex braccio destro di Salvini, l’avvocato d’affari Gianluca Meranda e l’ex bancario Mps Francesco Vannucci. La richiesta, cui è seguito un comunicato diffuso oggi dalla Procura, è stata firmata dai pm Giovanni Polizzi e Cecilia Vassena e vistata dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale. Sarà ora valutata ma agli atti restano descritti i tentativi, poi abortiti, di finanziamento illecito e corruzione internazionale volti a garantire un sostegno finanziario da oltre 50 milioni di euro alla “Lega per Salvini premier” per le elezioni del 2019. Tentativi naufragati in Russia per gli “sgambetti interni” a contrapposte cordate in seno al regime prima e “bruciati” dal fatto che proprio uno degli artefici italiani, l’avvocato d’affari Gianluca Meranda, consegnò ai giornalisti l’audio della famosa riunione il 18 ottobre 2018 al Metropol. Tutto questo ha impedito il perfezionamento dei reati, sottraendo concretezza e dunque configurabilità giuridica agli stessi. Circostanza che, unita ai niet di Mosca sulle rogatorie dei pm milanesi, ha fatto propendere per l’archiviazione delle due accuse incrociate, cioè il finanziamento illecito al partito e la corruzione internazionale.

In entrambi i casi sarebbe perseguibile anche il tentativo, ma per i pm “gli atti emersi dall’indagine, pur risultando inequivocabilmente direzionati verso tale obiettivo”, non hanno però raggiunto quello “stadio di concretezza e effettività idoneo a raggiungere, almeno potenzialmente, lo scopo”, perché anche qui “l’azione si è arrestata in una fase eccessivamente anticipata rispetto alla progressione causale necessaria a integrare gli elementi del tentativo”: in particolare “non è emerso attraverso quali meccanismi la provvista proveniente dalla transazione petrolifera avrebbe finito per finanziare (come ripetutamente esplicitato dagli indagati) la campagna elettorale della Lega”. Quanto alla corruzione, non si è riusciti a dimostrare il coinvolgimento di pubblici ufficiali, giacché nessuno dei russi con i quali trattarono i tre italiani lo era, mentre il diniego delle rogatorie posto dalla Russia per due volte (2021-2022) ha impedito di dare un nome certo a chi stava sopra di loro, evocato nelle conversazioni come “Konstantin” o semplicemente come «K», che i pm e la GdF milanesi hanno supposto fosse l’oligarca ortodosso Konstantin Malofeev. “Rubli alla Lega? Era tutta fuffa”, si legge oggi sulla prima pagina de La Verità, con un titolo che scalza pure l’arresto di Matteo Messina Denaro.

In realtà, come rileva il Corriere della Sera, gli inquirenti milanesi sono arrivati a documentare 40 incontri tra degli indagati tra loro e con i russi (e in alcuni casi con Ernesto Ferlenghi, responsabile di Eni in Russia e presidente di Confindustria Russia) tra il 19 aprile 2018 e l’8 luglio 2019 tra Milano, Roma e Mosca, oltre che una moltitudine contatti telefonici, scambi via e-mail e messaggi su piattaforme web. Mai con Matteo Salvini protagonista, anche se alcuni dei contatti avvengono quando il segretario leghista è molto vicino. Ad esempio a ridosso della sera del 7 giugno 2018, quando nella sede diplomatica dell’ambasciata della Federazione Russa a Roma si tiene un ricevimento ufficiale, al quale tra gli altri partecipano appunto Salvini, Savoini e Meranda. Così in altre due occasioni, il 14 aprile e 7 giugno 2018, per non parlare dei molto più intensi contatti e incontri con Salvini del suo ex portavoce Savoini: alcuni proprio “anche in momenti salienti delle trattative, ad esempio tra il 6 e il 9 luglio 2018 subito dopo il rientro di Savoini da due giorni a Mosca”.

Operazione di acquisto di prodotti petroliferi dalla Russia rispetto alla quale la Procura di Milano trae dalle conversazioni rintracciate nei telefoni degli indagati “elementi, sia pure indiretti, indicativi del fatto che Salvini fosse informato delle trattative sull’operazione di acquisto di prodotti petroliferi dalla Russia”, senza però che siano “mai emersi elementi concreti sul fatto che il segretario della Lega avesse personalmente partecipato alla trattativa o comunque fornito un contributo causale; e neanche elementi che Salvini fosse stato messo al corrente del proposito di destinare una quota della somma ricavata dalla transazione ai mediatori russi perché remunerassero pubblici ufficiali russi”. Per questo “nessuna attività di indagine è stata svolta nei confronti di Salvini”, e tantomeno è stato mai indagato. L’inchiesta fatta a posteriori, recuperando mail e chat sui telefoni sequestrati, approda almeno a una certezza su Savoini: era “accreditato in Russia” insieme a Meranda e Francesco Vannucci “quale membro dello “staff di Salvini” con il quale ha avuto “contatti intensi nel periodo di interesse investigativo”. L’indagine ha messo poi in luce i dissidi interni lato Mosca sull’affaire italiano dal quale l’ex portavoce di Matteo Salvini contava nel 2018-2019 di ricavare metà di un tesoretto di 110 milioni di dollari con cui finanziare illecitamente la campagna della Lega per le elezioni europee e amministrative del 2019.

L’operazione infatti ricevette un doppio niet da parte di due boiardi di Stato russi. Nell’autunno 2018 fu “il diniego interposto dall’amministratore delegato di “Rosneft”, Igor Sechin“, che bloccò il primo ipotizzato schema di operazione annusando che “occultasse una illecita remunerazione a funzionari russi”, contrarietà che il sodale di Savoini, l’avvocato d’affari Gianluca Meranda, ascriveva al fatto che “Sechin appartenesse a una corrente di sostegno al governo russo avversa a quella rappresentata da Alexander Dugin e Vladimir Pligin” ideologo e politico vicini a Savoini. Che non demordono e riprovano, ma il tentativo s’infrange l’1 febbraio 2019 stavolta per le resistenze del vicedirettore della logistica di “Gazprom Neft”, Anatolii Cerner, insospettito dal prezzo di vendita eccessivamente basso rispetto al mercato, e perplesso dalla mancanza di esperienza e competenza dell’intermediario “Euro IB” proposto dagli italiani. Perplessità che, ricostruisce il Corriere, Meranda tentò di fugare nei giorni immediatamente successivi, fino a quando però a paralizzare qualunque ulteriore sviluppo della trattativa furono l’articolo di Stefano Vergine e Giovanni Tizian pubblicato da L’Espresso il 24 febbraio 2019 su un incontro all’Hotel Metropol in base a un audio consegnato poi ai pm, e proprio l’audio pubblicato il 10 luglio da Alberto Nardelli sul sito americano “buzzfeednews.com”. Audio che per gli inquirenti fu registrato dal Merenda, figura dal ruolo mai chiarito del tutto, vicina ad ambienti massonici e all’Opus Dei, con relazioni con alti esponenti del servizio segreto Aise: per i pm è stato lui con certezza a registrarlo il 18 ottobre 2018, ma, guarda caso, questo audio non è stato ritrovato nel suo cellulare. Perché abbia svolto un ruolo centrale nell’operazione e perché l’abbia fatta poi saltare resta un mistero.

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