L’invasione russa dell’Ucraina non è soltanto una questione militare, né per i diretti interessati, né per i Paesi occidentali. Al di là degli aspetti geopolitici e umanitari, emergono infatti sempre più conseguenze, per così dire, indirette. E a provocare un tornado in America o in Europa, non è il battito di ali di una farfalla a Tokyo, ma il cannoneggiamento di fabbriche al di là del Dnipro.

Da quando è iniziato il conflitto, Europa e Stati Uniti hanno gradualmente realizzato quanto l’Ucraina sia pienamente inserita nel mercato globale: sono tanti i settori produttivi che dipendevano da Kiev per una sorprendente quantità di forniture. Due esempi su tutti: il gas neon, elemento estremamente raro e fondamentale per l’industria dell’illuminazione, della refrigerazione e dei semiconduttori, vedeva fino a 2021 l’Ucraina come leader mondiale. Più di due terzi della produzione globale venivano da lì. L’invasione russa ha costretto alla chiusura due colossi, la Cryoin engineering e la Inhaz, rispettivamente di Odessa e Mariupol, che da sole producevano la metà del gas neon del mondo. Discorso analogo, con cifre “monstre” anche se leggermente inferiori, si può fare col kripton, un minerale con numerose applicazioni, non ultime quelle in ambito medico per risonanze magnetiche e Tac, della cui produzione Kiev era (ed è) leader assoluto. Tutto questo non è privo di conseguenze in ambito industriale e, in definitiva, nella vita di tutti i giorni.

Quasi 3.500 miliardi di dollari è il valore combinato mondiale di due fra i principali settori manifatturieri del pianeta: quello dei motori e quello del farmaco. Eppure, poche volte nella storia tanta potenza è sembrata fragile e impreparata come è successo agli attori dell’Automotive e di Big Pharma a causa della crisi geoeconomica innescata dalla guerra in Ucraina. Aumento dei prezzi dell’energia, difficoltà di costruire e riparare macchinari, collasso di packaging e logistica: farmaci generici e sperimentazioni sono state messi al palo nel corso del 2022. E la via crucis continua nel nuovo anno. Sono le multinazionali farmaceutiche le prime ad ammettere le proprie difficoltà, in una recente lettera alla Commissione europea, sottolineando che i prezzi dell’elettricità sono decuplicati e i costi delle materie prime stanno aumentando tra 50 e 160 per cento. E a dirlo sono manager con i margini di profitto in caduta libera. Peggio che mai per prodotti, come gli antibiotici, di cui produzione, conservazione e trasporto divorano energia e macchinari. L’anello più debole sono i farmaci generici: ecco perché sempre più spesso diventano introvabili nelle ultime settimane antipiretici, antibiotici o gastroprotettori.

Ma le cose possono anche andar peggio: Klaas Zuideveld, amministratore delegato di Versameb, sostiene che una riduzione dei livelli di investimento ha indotto molte aziende a ritardare o annullare progetti di nuovi farmaci, il che comporterà un calo del livello di ricerca durante e dopo il 2023. Insomma, meno cure per le malattie perché nessuno se la sente di navigare a vista e di rischiare.

La guerra ha avuto un pesante impatto anche al settore dei motori, con i paesi occidentali, per primi gli Stati Uniti, alle prese con interruzioni della catena di approvvigionamento globale, in particolare nel settore dei cablaggi. Per questo, a due settimane dall’inizio della guerra, i grandi costruttori tedeschi hanno annunciato lo stop alla produzione in parecchi stabilimenti europei. D’altronde, in ogni auto si snodano circa 3-4 chilometri di cavi, elemento fondamentale data l’elettrificazione in corso, e ogni auto richiede un cablaggio ad hoc. E la loro produzione avveniva per la maggior parte in Ucraina.

È così che Washington e Bruxelles hanno deciso di aumentare la produzione interna. Come se non bastasse la crisi dei cavi, però, si è verificato anche l’aumento dei prezzi di nichel, platino, palladio, litio, cobalto, alluminio, rame e altri minerali utilizzati nella produzione di veicoli elettrici, batterie, pannelli solari, infrastrutture per reti intelligenti, e turbine eoliche.

La guerra in Ucraina non ha però solo aumentato il sostegno alle politiche per espandere le catene di approvvigionamento nazionali o regionali per l’Automotive: ha anche creato difficoltà per il finanziamento di tali sforzi. Col boom dei bilanci della Difesa, prioritari di fronte all’aggressività dimostrata dalla Russia e al dubbio che Iran e Cina possano prendere la stessa strada, i programmi di spesa non per la difesa come quelli a favore del settore dell’automobile e del farmaco, potrebbero faticare non poco a reperire risorse.

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