“Io ho perdonato. Ho perdonato la persona. […] Io sarei rimasta a piangermi addosso, mi sarei divorata dentro. Perciò ho perdonato”. Sono parole di Valentina Pitzalis, sopravvissuta al tentato femminicidio da parte dell’ex marito. L’uomo, che non si rassegnava alla separazione, le ha gettato addosso del cherosene e ha appiccato l’incendio nella casa di Bacu Abis in Sardegna. All’arrivo dei soccorsi Valentina era ancora cosciente mentre Manuel è stato trovato morto.

Vendetta o perdono?
Di fronte a certi accadimenti si fa fatica a comprendere la scelta del perdono. Torna alla mente l’esempio di Nelson Mandela, che dopo 27 anni di torture in carcere perdonò pubblicamente i propri aguzzini riuscendo a liberare se stesso e un intero Paese dalla degenerazione dell’odio e a sensibilizzare la coscienza di milioni di persone. Così come Yolande Mukagasana, candidata premio Nobel per la pace, che ogni anno incontra in un percorso di riconciliazione l’assassino che sterminò davanti ai suoi occhi la sua famiglia. E ancora Scarlett Lewis, che perdonò il ragazzo responsabile di una delle più letali sparatorie di massa in una scuola nella storia degli Stati Uniti, in cui perse la vita suo figlio Jess: “Scegliete sempre l’amore piuttosto che l’odio – disse al funerale del figlio – e cambiate consapevolmente ogni pensiero di rabbia e vendetta in un pensiero di perdono. Solo così renderemo questo mondo migliore”. Queste sono solo alcune gocce in un oceano di storie di perdono che hanno ispirato e ispirano migliaia di persone in tutto il mondo, perché quando l’essere umano compie scelte interiori di questa portata non solo influenza positivamente il suo ambiente interiore, fatto di emozioni, pensieri e stati di coscienza, ma trasforma profondamente la comunità in cui vive.

Sfatiamo i miti: cosa non è perdonare
Perdonare non vuol dire non reagire, ma agire liberi da reazioni istintive, a partire da uno stato di lucidità, presenza e consapevolezza. Non vuol dire nemmeno dimenticare, anzi. È bene tenere a mente l’accaduto svuotandolo dai contenuti di rabbia, rancore, colpa, impotenza e paura. Come conferma un recente studio degli psicologi Karina Schumann e Gregory M. Walton, non è la vendetta ma il perdono a ridare alla vittima la sensazione di controllo della propria vita, restituendole il senso di umanità danneggiato dall’offesa disumanizzante; inoltre, in chi perdona diminuiscono i comportamenti autolesionisti, aumenta il sentimento di vicinanza e appartenenza alla propria comunità e all’umanità, e acquisisce importanza la propria identità. Perdonare, quindi, non significa condonare l’accaduto né giustificarlo, ma pensare al contesto che potrebbe aver portato una persona ad agire in quel modo, riuscire a comprendere e a vedere oltre l’accaduto, sino a sentire dentro di sé le ragioni profonde delle azioni altrui. Ad esempio, se un padre non riesce a dare amore al proprio figlio e lo giudica spietatamente rifiutando le sue scelte, la prima cosa che il figlio dovrebbe chiedersi è se anche il genitore abbia ricevuto lo stesso trattamento, a sua volta, da suo padre o se sia cresciuto in un ambiente che non lo ha riconosciuto. Perché il perdono ci ricorda, innanzitutto, che il dolore è figlio del dolore e il potere di spezzare questa catena di sofferenza è nelle nostre mani grazie a una scelta intima, profonda e personale.

Il perdono: una medicina naturale alla portata di tutti
Il perdono non è, quindi, solo un atto puntuale, ma un processo fatto di vere e proprie fasi che lo rendono una medicina naturale per i suoi effetti su benessere e longevità. Dai numerosi studi scientifici sul tema emerge chiaramente che non è solo associato a livelli più bassi di ansia, depressione, ostilità, dipendenza da nicotina e altre sostanze, e a un maggiore livello di emozioni positive e soddisfazione per la propria vita, ma, come sottolinea il Johns Hopkins Hospital, riduce anche il rischio di infarto, dolore e stress, riequilibra la pressione sanguigna e migliora i livelli di colesterolo e il sonno. E, come un muscolo, il perdono può essere allenato con pazienza, umiltà, empatia e grazie all’apporto di tecniche e protocolli specifici. È un cammino di ricerca interiore, che permette di ascoltarci profondamente e liberarci dal dolore, e rientra in quella dimensione di consapevolezza e spiritualità scientificamente quantificabile che genera un concreto impatto sulla qualità della nostra vita. Per chi si interroga ancora sul perché perdonare c’è una sola e semplice risposta: per donare e per nessun’altra ragione.

Daniel Lumera, biologo naturalista, autore, docente e riferimento internazionale nell’area delle scienze del benessere

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