a cura del Gruppo scientifico nazionale di Extinction Rebellion

Ora che la crisi climatica e i suoi effetti sono inequivocabilmente sotto gli occhi di tutti, tra siccità, ondate di calore e violente tempeste, anche gran parte dell’opinione pubblica un tempo scettica ha abbandonato posizioni negazioniste. Rimane però un ultimo mito da sfatare sulle cause di questi eventi, in particolare la tanto discussa sovrappopolazione.

L’idea di “sovrappopolazione” nasce nell’800 dal pastore ed economista Thomas Malthus, che immaginava la produzione di cibo (lineare) non sufficiente a tenere il passo con la riproduzione umana (esponenziale), causando carestie. Le sue idee erano però radicate in una visione religiosa ed elitaria, che suggeriva di non aiutare gli strati inferiori della popolazione per impedirne la riproduzione.

Queste idee sono state poi riprese dai sostenitori dell’eugenetica e della riproduzione selettiva, che hanno contribuito a diffondere varie sfumature di razzismo, sterilizzazione forzata e controllo (spesso violento) della popolazione. Basti pensare al lebensraum nazista o alle molto attuali discriminazioni contro i rom. “Ridurre la popolazione”, in breve, è un attacco retorico diretto sempre verso altre popolazioni.

Il caposaldo della teoria malthusiana è però stato smentito nei secoli: nonostante l’aumento della popolazione fino alla soglia degli 8 miliardi, l’attuale produzione di cibo è circa 1,5 volte il necessario per sfamare gli abitanti della Terra. La fame non è dunque imputabile alla produzione insufficiente, ma a come essa viene distribuita e chi ha accesso al cibo prodotto. Nella sola Italia, ad esempio, si produce cibo a sufficienza da poterne esportare, mentre contemporaneamente 1,2 milioni di italiani soffrono di insicurezza alimentare estrema. Attribuire la crisi climatica al solo numero di persone sulla Terra distrae da problemi più profondi legati all’uso del territorio e alla distribuzione delle risorse che estraiamo.

Non è solo il cibo ad avere un impatto: altre risorse sono usate (e abusate) in modo profondamente ineguale dai paesi più ricchi; basti pensare al fast fashion o ai trasporti privati (sia aerei che su gomma), privilegio delle nazioni più ricche. Non a caso gli Stati Uniti, densamente popolati solo lungo le coste, sono ancora uno dei maggiori emettitori di gas serra. Le ricerche di Oxfam mostrano inoltre che il legame tra emissioni e ricchezza trascende gli Stati nazionali: l’1% più ricco del mondo (circa 63 milioni di abitanti, poco più dell’Italia) ha emesso il doppio rispetto ai 3,1 miliardi di terrestri più poveri dal 1990 al 2015, e il 10% più ricco ha emesso quasi la metà delle emissioni globali.

Per noi italiani ed europei, derubricare le cause alla sovrappopolazione significa dunque tentare di assolverci da ogni colpa, spostandola invece verso un orizzonte lontano e fuori dalla nostra portata politica ed evitare di confrontarci con i metodi estrattivi, produttivi, logistici e distributivi che generano queste disuguaglianze. Ridurre i consumi della fetta più ricca, secondo il climatologo Kevin Anderson, e supportare gli strati meno abbienti della popolazione possono avere un impatto positivo più significativo. Questo richiede politiche di riduzione di emissione non solo differenti tra paesi ma anche dentro i paesi, per differenziazione di reddito.

E no, nessuno di voi lettori è nell’1%: la soglia di “ricchezza estrema” in Italia è circa cinque volte il reddito mediano annuale. Potrete dormire sonni tranquilli, senza temere alcun esproprio forzoso!

Fonti:
https://www.worldometers.info/
https://www.oxfam.org/en/press-releases/carbon-emissions-richest-1-percent-more-double-emissions-poorest-half-humanity
https://www.theguardian.com/environment/2020/sep/21/worlds-richest-1-cause-double-co2-emissions-of-poorest-50-says-oxfam
https://www.businessinsider.com/how-much-money-you-need-to-make-top-1-percent-2020-2?op=1#italy-169000-3
https://www.fao.org/publications/sofi/2022/en/

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