Quella di oggi, in base alla procedura egiziana, doveva essere l’ultima udienza del processo. Ma la corte egiziana di Mansura ha deciso di aggiornarla al 28 febbraio. Patrick Zaki, ricercatore e attivista per i diritti umani, a piede libero dall’8 dicembre dopo 22 mesi di custodia cautelare passati in carcere con accuse più gravi legate a dieci post su Facebook ma informalmente accantonate, è sotto processo presso una Corte della Sicurezza dello Stato per i reati minori (o d’emergenza) della sua città natale sul delta del Nilo. Lo studente egiziano dell’Università di Bologna rischia 5 anni. È imputato per un articolo del 2019 in cui prendeva le difese dei copti, la minoranza cristiana d’Egitto, sottolineando le sanguinarie persecuzioni dell’Isis degli anni precedenti e due casi di discriminazione sociale e giuridica. Pur libero, il 31enne ricercatore in studi di genere ha un divieto di espatrio e non può lasciare l’Egitto.

Interrotta l’arringa difensiva – Il capo del pool legale di Zaki, Hoda Nasrallah, ha riferito che l’udienza è stata interrotta quando un procuratore si è “arrabbiato” perché uno degli avvocati dello studente ha cominciato a parlare di presunte “carenze” nella conduzione delle indagini e mancanza di “neutralità” della Procura. “Abbiamo fatto iscrivere le prove nel registro del processo”, poi “noi difensori abbiamo iniziato a parlare di queste prove, uno dopo l’altro” esponendo ciascuno un argomento, ha premesso la legale parlando a giornalisti dopo l’udienza. Tutto è andato avanti “fino a quando un collega non ha iniziato a parlare di prove (…) che affrontano il tema delle carenze nelle indagini svolte dalla Procura della Repubblica, nonché dell’assenza di neutralità” della stessa istituzione, ha aggiunto Hoda. “Quando l’avvocato ha iniziato a parlarne, pur senza entrare ancora nei dettagli, il rappresentante alla Procura generale si è arrabbiato. Ha interrotto la seduta dicendo che ‘No, la Procura generale ha fatto tutto quello che doveva fare'”, ha riferito l’avvocatessa. “Dopo, l’avvocato ha provato a continuare il discorso, ma improvvisamente il giudice ha annunciato che la seduta era finita, ha riferito ancora Hoda. Alla domande se ci sia stato uno “scontro”, Patrick ha minimizzato: “è sempre così”, ha detto, “tu esprimi i tuoi argomenti e, certo, la controparte si arrabbia. Ma non è una gran cosa”. “Il mio team legale è composto da quattro avvocati”, ha precisato Patrick parlando all’Ansa. “Mentre il terzo stava parlando li hanno fermati: c’è stato un piccolo scontro e poi hanno posposto al 28 febbraio”, ha aggiunto parlando sulla trafficatissima strada del palazzo di Giustizia che costeggia il Damietta, un braccio del delta del Nilo.

La richiesta del Parlamento europeo – La scorsa settimana l’Eurocamera aveva invitato Il Cairo a revocare i divieti di viaggio nei confronti di Patrick e di un’altra attivista egiziana, Mahinour Al Masry. Nell’incontro del 7 novembre a margine del vertice Onu sul clima a Sharm El-Sheikh con il capo di Stato egiziano Abdel Fattah al-Sisi, la premier Giorgia Meloni aveva sottolineato la forte attenzione dell’Italia sui casi di Giulio Regeni e Patrick Zaki. Come in tutte le precedenti udienze per il prolungamento della custodia cautelare e del processo, in aula a Mansura erano presenti diplomatici italiani e di altri Paesi nell’ambito di un monitoraggio europeo di processi rilevanti per il rispetto dei diritti umani in Egitto. Le presenze avvengono regolarmente su invito dell’ambasciata italiana al Cairo e spesso vi aderiscono anche rappresentanti di Ue, Usa e Canada.

Amnesty: “Ci sono questioni riguardanti i diritti umani fra Italia ed Egitto che non si riescono ad affrontare” – L’udienza di oggi era dichiaratamente considerata da Amnesty International come un’occasione per verificare la “disponibilità” dell’Egitto ad aprire una “nuova fase” nelle relazioni con l’Italia sebbene la magistratura egiziana sia indipendente dal potere politico, almeno formalmente. Ma così non è stato. “È un rinvio abnorme, al 28 febbraio, quindi la nona udienza del processo si terrà quando saranno stati superati abbondantemente i tre anni di questa persecuzione giudiziaria”, ha detto il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury. “Va ricordato che Patrick è sotto processo per avere difeso la sua comunità, la minoranza cristiano-copta parlando della discriminazione che subisce, in quanto lui stesso è cristiano copto. Forse neanche questo argomento può interessare il nostro governo? Avevamo detto, dopo l’incontro di Meloni-Al Sisi, che il calendario avrebbe fornito subito un’occasione per verificare se quel colloquio avrebbe portato a qualcosa di nuovo e la risposta che arriva oggi da Mansura è che non ha portato nulla di nuovo. Tutto come prima, ci sono questioni riguardanti i diritti umani fra Italia ed Egitto che non si riescono ad affrontare”, ha dichiarato Noury.

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