“L’asilo politico non è mai arrivato e la sua pratica non si sa che fine abbia fatto”. È questa la storia di Ali (nome di fantasia), originario del Bangladesh, che è da anni in attesa della convocazione per discutere della sua richiesta di protezione nel nostro Paese. A raccontarla a ilfattoquotidiano.it è Chiara S., imprenditrice che lo ha assunto con un contratto a tempo indeterminato in uno dei suoi ristoranti di Milano e che lo aiuta con la burocrazia.

“Da mesi ci presentiamo in questura e mandiamo pec per avere novità, ma la pratica è ferma dal 2020 e nessuno ci risponde”. Della trafila burocratica è diventata un’esperta, perché dei suoi 23 dipendenti solo quattro sono Italiani. “Non è stata una scelta – spiega l’imprenditrice – in una città come Milano, solo le persone straniere vogliono lavorare in questo settore”. La motivazione è sempre la stessa: ritmi fitti, lavoro nel weekend e che diventa anche più intenso nei festivi. “Nessuno degli italiani impiegati nei miei ristoranti fa il tempo pieno – racconta – lavorano solo nel fine settimana o di mattina”.

La maggior parte dei lavoratori dei suoi ristoranti proviene dal Bangladesh e occupa ruoli di ogni tipo: dal cuoco al lavapiatti, per uno stipendio tra i 1600 ai 1800 euro al mese. La difficoltà di solito arriva nel riconoscimento del permesso di soggiorno. Stando al decreto flussi infatti un lavoratore straniero dovrebbe essere assunto a distanza, in modo che arrivi in Italia avendo già tra le mani un permesso di soggiorno di lavoro. Tuttavia la maggior parte delle volte è difficile per chi ha un’attività scegliere a scatola chiusa un futuro dipendente, così il meccanismo si inceppa.

Aspiranti lavoratori stranieri arrivano in Italia con visto turistico, trovano impiego – spesso nella ristorazione – e attendono una sanatoria per uscire dalla clandestinità. Nel caso di Ali, invece, il titolo per lavorare c’è ma è temporaneo in attesa della definizione della sua posizione e viene rinnovato ciclicamente. Ma non ha tutte le tutele degli altri. “Nel primo lockdown, racconta Chiara S., quando gli operatori della ristorazione ricevevano aiuti dal governo, lui non aveva diritto a nessun sussidio perché il suo permesso di soggiorno era in attesa di lavorazione. Ho dovuto pagare di tasca mia un’indennità, altrimenti sarebbe rimasto senza stipendio per mesi”.

E la situazione di Ali è tra le più fortunate: ha un contratto regolare a tempo indeterminato, oltre che un contesto lavorativo dalla sua parte. In molti altri casi però anche per il datore di lavoro è difficile fare emergere un dipendente. “Spesso – spiega Maurizio Bove, presidente di Anolf Cisl – allo scadere del visto turistico, che dura 90 giorni, gli immigrati non possono fare domanda se non sono arrivati con un permesso di soggiorno di lavoro. Così continuano a lavorare in posizioni irregolari fino all’arrivo di una sanatoria”.

Secondo le stime di Anolf, oggi in Italia ci sono tra le 400 e le 500mila persone rese irregolari da questo meccanismo. L’allarme è stato lanciato anche dall’ultimo Dossier statistico sull’immigrazione elaborato dal Centro studi e ricerche Idos, secondo cui tre immigrati su quattro avevano contratti irregolari e hanno ottenuto permessi di soggiorno grazie a sanatorie. Nel 2020, l’Italia ha previsto la possibilità di rilasciare un permesso di soggiorno temporaneo a chi avesse in atto un rapporto di lavoro irregolare. Il provvedimento però riguardava soltanto alcuni settori, come agricoltura, lavori domestici e assistenza a persone fragili. Nessuna apertura quindi per altri campi, come la ristorazione.

“Pur di mettere in regola i dipendenti – denuncia Bove – gli imprenditori hanno formalizzato contratti da domestici anche a persone che in realtà facevano altro”. L’emersione di questi rapporti professionali, quindi, è avvenuta solo in parte e con carenze. Secondo Maurizio Bove, a perderci è soprattutto l’erario e, dice, “non c’è volontà di risolverla perché si preferisce gridare all’invasione”.

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