Prima la notizia cattiva: per troppo tempo una parte consistente del nostro sistema produttivo ha considerato un tema residuale l’efficientamento energetico dei processi produttivi. Ingenuità, supponenza o semplice disattenzione, poco importa. Perché gli attuali rincari le hanno trasformate in un fardello. Ma c’è anche una buona notizia: gli stessi rincari stanno diventando il motore del cambiamento. “Stiamo vivendo qualcosa di nuovo, di dirompente: i costi sono diventati il driver per eccellenza, con un forte aumento di richieste su che cosa si può fare ridurre i consumi”, spiega Matteo Zanchi, ad e tra i fondatori di Enersem, società nata come spin off del Politecnico di Milano che si occupa di monitoraggio, analisi ed efficientamento dei sistemi produttivi. Insomma, col gas alle stelle e possibili razionamenti alle porte c’è chi si scopre cicala e cerca di rimediare. Ma soprattutto sul fronte della valorizzazione dei dati, scrive l’Osservatorio Energy & Strategy del Politecnico nell’ultimo rapporto sull’efficienza energetica digitale, “la sensazione è che non vi sia ancora una sufficiente consapevolezza da parte degli operatori del mercato rispetto ai benefici derivanti dall’utilizzo di tali soluzioni”.

“Per adesso molte aziende aspettano di capire che cosa accadrà e purtroppo c’è anche chi fa passi indietro, come nell’agroalimentare dove i bruciatori a gas vengono sostituiti riattivando quelli a gasolio: un peggioramento sia in termini di emissioni di CO2 che di altri inquinanti”, spiega Zanchi a ilFattoquotidiano.it. “Temono i razionamenti e quindi riducono il rischio: “Cosa dobbiamo fare se il gas che pagavamo 0,20 centesimi costa 1,30 euro?”, ti dicono”. Molte di queste aziende avrebbero potuto investire prima e beneficiare oggi dei risparmi, ma finora il tema dell’efficientamento energetico ha risposto soprattutto a ragioni culturali e normative.

“C’è una certa inerzia, va fatta cultura”, riprende l’amministratore di Enersem. “Ad esempio noi lavoriamo molto con la filiera del Grana Padano, dove abbiamo analizzato una ventina di aziende su oltre 130 consorziati. Alcuni hanno adottato una tecnica di recupero del calore dal siero, il sottoprodotto in cui si trasforma più dell’85% del latte, poi utilizzato soprattutto nella zootecnia”. E spiega: “Il Grana viene prodotto a 52 gradi e raffreddando il siero con l’acqua questo calore può essere recuperato e accumulato, ma c’è ancora forte resistenza ad adottare questa tecnologia, soprattutto per questioni culturali: “Chissà se poi il mio formaggio è meno buono…”, ragionano”.

Timori senza fondamento, come dimostra chi ha deciso di efficientare la produzione. “E nel suo stabilimento oggi risparmia il 25% di gas. Certo, finché il gas costava poco non lo facevano e, insieme alle resistenze culturali, questo ostacolava gli investimenti”. Del resto, aggiunge Zanchi – che tra il 2005 e il 2010 ha lavorato presso un Comune – “si parla oggi di abbassare la temperatura di due gradi ma fino a ieri negli edifici pubblici cosa si è fatto, quale messaggio è stato dato?”. Quello dell’efficientamento energetico in Italia è da sempre un mercato policy driven, cioè dipendente dalla normativa. Il principale volàno restano i cosiddetti certificati bianchi, i titoli di efficienza energetica (TEE) che consentono alle aziende di rientrare più in fretta degli investimenti. Incentivi, insomma. Che negli anni hanno subito correzioni, collezionando fin troppi decreti e direttive e tuttavia conservando limiti burocratici, tanto che già prima della pandemia si era registrato un rallentamento negli investimenti.

“Finora ci si è mossi soprattutto in base all’incentivo”, spiega Zanchi. “O al limite perché c’era attenzione da parte del consumatore finale. Ora, con i rincari le cose si muovono e credo che l’onda vera arriverà tra tre mesi, quando tutti capiranno che ai vecchi prezzi del gas non si tornerà più”. Un problema che ancora una volta ha in sé un’opportunità: “Investimenti che prima rientravano in tre anni ora si ripagano nella metà del tempo. Basti pensare ai troppi frigoriferi industriali ancora in circolazione, che possono essere sostituiti con modelli che producono lo stesso freddo consumando appena il 30% dell’energia: investimenti che rientrano in breve tempo”, dice, argomentando la convinzione che, oggi più che mai, ha senso efficientare, anche approfittando dei finanziamenti del Pnrr “che stanno spingono molte imprese a tirare fuori dal cassetto i loro progetti”.

Ora o mai più, dunque. Perché secondo Zanchi risparmi tra il 10% e il 25% sono alla portata della maggior parte delle aziende, e si può andare oltre. Di più, non sempre si tratta di grandi investimenti: “Nel caso di un’azienda tessile dove siamo intervenuti gli investimenti erano limitati, perché parliamo di regolare i ventilatori dei forni di asciugatura del tessuto impregnato: su ogni forno il risparmio è stato del 50% e per l’azienda significa tagliare i consumi totali di gas del 25%. Un intervento sul processo produttivo a investimento basso, con tempi di ritorno addirittura di pochi mesi”, racconta.

In particolare, realtà come la Enersem di Zanchi lavorano sulla raccolta e analisi dei dati dei processi produttivi, per ottimizzare innanzitutto l’esistente. “Spesso nelle aziende l’attenzione principale è al prodotto e capita che il processo assomigli a una lavatrice che fa sempre lavaggi a 90 gradi anche quando non serve”, chiarisce. Al contrario, oggi il prodotto va garantito consumando il meno possibile, a partire dall’impiego delle tecnologie per l’analisi dei dati, ad oggi la cenerentola dell’efficientamento energetico. “Nel 2021 gli investimenti in ambito industriale sono stati pari a oltre 2,2 mld di euro. Di questi, oltre il 90% è relativo a soluzioni di tipo hardware, con la restante quota rappresentata dagli investimenti in tecnologie e soluzioni digitali, concentrati soprattutto sui sistemi di raccolta e di monitoraggio dei dati energetici di processo”, si legge nel Digital Energy Efficiency Report del 2022 del Politecnico.

Parliamo di 156 milioni di euro investiti in software contro gli oltre 2 miliardi di euro per interventi hardware (dati 2021). Insomma, quella degli interventi sui processi produttivi è la sfida ancora da vincere e il report chiarisce il perché: spesso manca la consapevolezza degli strumenti di analisi già a disposizione dell’azienda, incapace così di valorizzare i dati in suo possesso. Quanto all’ipotesi di introdurre nuove tecnologie, come l’analisi dei dati gestita in cloud dal fornitore del servizio, ci sono barriere come il timore di perdere dati e quello dei rischi per la sicurezza, oppure la mancanza dell’accesso a internet, nel 17% dei casi. Ma nel 2021 “l’investimento in sensori di rilevazione è cresciuto”, a dimostrazione che il cambiamento è iniziato.

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