Causa balletto sui ministri il “governo Meloni” ancora non c’è. Sono però dati per certi, salvo qualche casella, tutti gli incarichi di ‘sottogoverno’, vale a dire i posti di vertice nei ministeri che fan girare la “macchina amministrativa”, prima fra tutte Palazzo Chigi: dai segretari generali, ai capi dipartimento e giù a scendere. Non per chiarezza di vedute, né per concordia tra alleati, quanto per il fatto che da un quarto di secolo la debolezza della politica eleva i grand commis dalla magistratura amministrativa e contabile al rango di “supplenti” e “garanti” per governi di destra e sinistra. Anche Meloni, nonostante la forza dei suoi numeri, sembra orientata ad attingere da quel serbatoio di “giurisperiti” che poi comandano davvero, tanto da rimanere nei “palazzi” più a lungo di chi li han nominati.

I nomi che girano son sempre gli stessi. Benché la Presidenza del Consiglio dei Ministri sia avvalga già di 70 dirigenti generali di ruolo, qui come nei ministeri, il 90% degli incarichi dell’alta dirigenza, compresi gli uffici di staff sono conferiti da un quarto di secolo a consiglieri di Stato, dei Tar e delle Corte dei Conti in “distacco permanente”. Siccome di vera e propria nomenklatura si tratta, facciamoli questi nomi.

Carlo Deodato, attuale capo del dipartimento per gli affari giuridici e legislativi è accreditato come prossimo segretario generale di Palazzo Chigi. Rassicurazioni in questo senso sarebbero arrivate da un pranzo informale dalle parti di Piazza Nicosia, con Deodato e i capi dipartimento, nel quale i giochi venivano dati per fatti, e gli “incaricati” venivano confermati, salvo rotazione da una direzione all’altra. Da sempre “sostenuto” da Gianni Letta, oltre ad aver ricoperto in passato (con il Governo Enrico Letta) lo stesso incarico, Deodato è stato, negli ultimi anni, segretario generale della Consob e capo di gabinetto e capo legislativo di numerosi ministri.

I “soliti noti” posti al vertice delle principali istituzioni pubbliche, a loro volta, “collocano” a cascata nei posti di vertice delle varie amministrazioni le solite figure da oltre venti anni. Ed ecco allora, solo per fare l’esempio più vistoso, che negli ultimi due decenni gli importanti incarichi di capo dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri sono appannaggio esclusivo dello stesso gruppo di magistrati, avvocati dello stato o dirigenti di prima fascia della stessa Presidenza che al massimo si “scambiano” tra loro i posti di vertice delle varie strutture.

A prescindere dal colore politico del Governo – ed a riprova del fatto che non è la politica “a scegliere” – gli incarichi di capi dipartimento sono, da anni, appannaggio di un ristretto numero di “eletti”; come Francesca Gagliarducci che, oltre ad aver rivestito l’incarico di vice segretario generale di Palazzo Chigi, da oltre sei anni è a capo del delicatissimo dipartimento del personale della Presidenza del Consiglio; come Paola D’Avena che, dopo essere stata anch’essa per anni capo del dipartimento del personale della Presidenza del Consiglio, attualmente riveste l’importante incarico di vice segretario generale di Palazzo Chigi e, come se non bastasse, ad interim dirige il delicato Ufficio di Segreteria del Consiglio dei Ministri; come Sabrina Bono che, dopo aver rivestito l’incarico di capo di gabinetto del ministro dell’Istruzione e di capo dipartimento nell’ambito dello stesso dicastero, attualmente è anch’essa, vice segretario generale di Palazzo Chigi.

A queste situazioni se ne aggiungono altre ancor più eclatanti. Solo per fare qualche altro esempio: Elisa Grande e Diana Agosti da oltre tre lustri sono a capo di vari dipartimenti della stessa Presidenza del Consiglio dei Ministri (Agosti da quasi dieci anni è l’inamovibile capo del dipartimento delle Politiche europee). Da ultimo, ma non per ultimo, non si può trascurare la famiglia Siniscalchi, a partire dal capo stipite Alfredo Siniscalchi, ex capo dipartimento per i Rapporti con il parlamento nei primi anni Duemila, per continuare con i suoi figli che hanno monopolizzato i più importati incarichi pubblici. Infatti sia Ermenegilda Siniscalchi sia il fratello Flavio Siniscalchi da diversi anni, nonostante il succedersi di vari governi di colore diverso, sono stati posti a capo di vari dipartimenti della stessa Presidenza del Consiglio. Ai due sopra citati si aggiunge Arturo Siniscalchi che, oltre a rivestire l’incarico di vice direttore vicario del Formez, è titolare di una serie di importantissimi e remuneratissimi (e, quindi, ambitissimi) incarichi extra, come quello di componente della Commissione di Valutazione dell’impatto ambientale presso il ministero della Transizione ecologica. Per i Siniscalchi, si può dire, gli incarichi più prestigiosi siano una “questione di famiglia”.

A questi dirigenti occorre aggiungere coloro che, pur non essendo più in Presidenza del consiglio, hanno rivestito fino al recente passato numerosi incarichi di vertice come Antonio Naddeo, oggi influente Presidente dell’ARAN ed in passato a capo di vari dipartimenti della stessa Presidenza nonché Ferruccio Sepe anch’esso posto negli ultimi quindici anni a capo di vari dipartimenti importantissimi quali, da ultimo, il dipartimento dell’Editoria che gestisce i fondi per l’editoria nonché il contratto di servizio con la RAI.

Per quanto riguarda la lobby dei Consiglieri di Stato, un esempio è l’attuale sottosegretario di stato Roberto Garofoli, da sempre nel “giro” che conta (ex Segretario Generale a Palazzo Chigi, ex Capo di Gabinetto del ministro dell’Economia e delle finanze). Ma c’è anche l’attuale segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri, Roberto Chieppa (ex segretario generale dell’Autorità per la concorrenza ed il mercato ed ex consulente di vari ministri). Continuando, nell’elenco che conta c’è Giuseppe Chinè, attuale capo di gabinetto del ministro dell’Economia e finanze e, nel recente passato, capo di gabinetto dei ministri della Salute e della Pubblica istruzione e ricerca universitaria.

Il nuovo governo “a guida Meloni”, forte di un consenso che le permette di sfidare gli alleati sui ministri e pure sui presidenti delle Camere, potrebbe forse guardare a quel mondo con occhi nuovi e diversi, potrebbe spezzare le tradizionali logiche di potere che ha permesso i civil servant dell’alta burocrazia di diventarne i veri detentori, tanto da tramandarselo tra loro, come una casta. Darebbe, quantomeno, il segno di un inizio diverso.

I nuovi Re di Roma

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