Ci sono voluti il tramonto di due Repubbliche, infiniti scandali e denunce, un mezzo sciopero della fame. Alla fine, anche il Senato sembra farà propria la delibera sull’inquadramento degli assistenti parlamentari adottata dalla Camera per dare certezza e dignità a un mestiere che la politica ha sfruttato e bistrattato da sempre, tanto da ossidarlo nella svilente definizione di “portaborse”. Decisivo, lo sciopero della fame annunciato dal presidente dell’associazione della categorie Aicp Josè De Falco che si era mosso anche nella direzione del Senato, inviando a Maria Elisabetta Casellati una lettera perché adottasse analogo provvedimento a tutela degli assistenti dei senatori ed evitare che le buone intenzioni scritte nero su bianco in un ramo del Parlamento venissero inficiate dalla deregulation perdurante nell’altro. La delibera, del resto, era pronta e mancava solo la data di convocazione del consiglio di presidenza per l’approvazione. Casellati, a quel punto, ha dovuto convocare la riunione per lunedì alle 15 “per risolvere in tempi rapidissimi la questione dei collaboratori dei senatori”. Lo sciopero è rientrato, sulla fiducia, in base al convincimento che la strada sia segnata.

Martedì scorso Montecitorio aveva deliberato una nuova disciplina dei rapporti di lavoro ispirandosi, in parte, al modello europeo. Sostanzialmente non è più il parlamentare a stipendiare il proprio assistente usando la parte accessoria della sua retribuzione, pari a 3.600 euro, ma direttamente Montecitorio, trattenendo la parte necessaria dalla busta dell’onorevole. Il deputato potrà impiegare tutta la “dote” per un solo assistente o per due suddividendola (al 75% per 2.700 euro di stipendio lordo, al 50 per 1800). Solo gli assistenti che avranno uno di questi tre contratti potranno accedere stabilmente a Montecitorio con il pass dei collaboratori. I deputati potranno comunque proseguire col regime vigente, ma in questo caso l’accesso non sarà più garantito.

Rimettere alle Camere il controllo delle risorse per il pagamento di retribuzioni, degli oneri fiscali e previdenziali è un gigantesco passo avanti sul fronte dei loro diritti, ma non impedisce tout court pratiche elusive e abusi da parte degli eletti. Furbizie ancora possibili, come contrattualizzare un solo collaboratore al 50% e gli altri alla vecchia maniera, o “condividere” lo stesso assistente già abilitato con un altro onorevole al solo scopo di garantire l’accesso agli uffici e tenere gli altri senza pass. De Falco stesso aveva auspicato che si adottasse una disciplina organica sul modello europeo, che prevedesse un fondo specifico in seno all’amministrazione, ben più generoso dei rimborsi dei parlamentari italiani. Da questo punto di vista la soluzione “romana” resta un buon compromesso rispetto al farwest di sempre certificato in ultimo un anno fa, quando Montecitorio pubblicò un censimento da cui risultavano 488 assistenti contrattualizzati: solo 117 avevano un contratto subordinato, 175 erano inquadrati come “autonomi” e il resto come semplici “collaboratori”. Ecco, dal 13 ottobre, l’andazzo dovrebbe cambiare.

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