All’inizio degli anni Duemila, quando i Grande Aracri presero il controllo a Cutro e in Emilia Romagna uccidendo Antonio Dragone e i suoi uomini, a Reggio Emilia veniva utilizzata come base logistica della ‘ndrangheta anche la Reggia di Rivalta. Le sue stanze vuote erano l’ideale per pianificare gli omicidi che chiusero la stagione di guerra iniziata nel 1992. È uno dei monumenti più importanti della provincia, costruito nel Settecento con l’obiettivo di eguagliare Versailles, dopo il matrimonio tra Francesco d’Este e la figlia di Filippo d’Orleans. Venne battuta addirittura moneta falsa per realizzare l’opera, poi abbandonata e depredata per due secoli.

Della Reggia parla il collaboratore di giustizia Antonio Valerio, in due infuocate deposizioni nel dibattimento del processo Grimilde, in Corte d’Assise a Reggio Emilia. Udienze in cui sono volati insulti, offese, frasi intimidatorie, fino a mettere in discussione la riservatezza necessaria a tutelare l’incolumità di un pentito. Quasi una rissa, i cui principali protagonisti sono stati lo stesso Valerio e l’avvocato Antonio Piccolo, difensore di alcuni imputati.

A cavallo del secolo, racconta Valerio rispondendo alle domande del pm Beatrice Ronchi il 27 giugno, “si iniziava già ad ammazzare. Uccisero il figlio di Totò, Raffaele Dragone, poi Topino Macrì sparito di lupara bianca, e poi Demara che non ricordo il nome…”. Sebbene Nicolino Grande Aracri fosse in carcere dopo il processo Scacco Matto, a Reggio Emilia arrivava “Zia Maria” a portare le sue ambasciate. È Giuseppina Mauro, la moglie di Nicolino, oggi imputata per 416 bis nel processo Farmabusiness, che nel viaggio tra Cutro e il carcere di Opera a Milano faceva sosta a Brescello dove vivono i parenti.

“Le imbasciate solitamente le portano le donne”, dice Antonio Valerio, “poi vengono date a chi deve attivare il progetto”. Il messaggio è che “dovevamo ammazzare Petti Palumba, soprannome di Salvatore Arabia: quello era il mio compito. Dovevamo trovare una base logistica. Un immobile dove si può entrare con uno scooter immediatamente dopo l’omicidio e ficcarsi lì dentro. Quello che mi rimase più vicino è la Reggia di Rivalta, che all’epoca era disastrata e ci andavano a ficcare degli escavatori e attrezzature edili, siccome stavano facendo delle operazioni di truffa, bancarotta e robe varie”. Petti Palumba venne poi effettivamente ammazzato nel 2003, ma non a Reggio Emilia: a Cutro. Perché, aggiunge Valerio, “A Reggio Emilia non era più così semplice come nel 1992, che ci armavamo, si partiva e si ammazzava, tant’è che io sono uscito dagli arresti domiciliari per andare ad uccidere Giuseppe Ruggiero a Brescello”.

Nella successiva udienza del 4 luglio inizia l’esame di Valerio da parte dei difensori di Francesco Grande Aracri, fratello di Nicolino, e di altri imputati. Si discute in particolare il cosiddetto “Affare Oppido”: una clamorosa truffa concepita per fregare allo Stato oltre 2 milioni e 200mila euro, attraverso una falsa sentenza apparentemente emessa dalla Corte d’Appello di Napoli. Nella vicenda sono coinvolti uomini importanti della cosca: da Nicolino Sarcone a Nicolino Grande Aracri, da Alfonso Diletto a Romolo Villirillo, dallo stesso Antonio Valerio a Michele Bolognino. Gli animi si scaldano velocemente in udienza quando l’avvocato Piccolo interrompe spesso Valerio che si spazientisce e cominciano a volare gli insulti. Ecco i passaggi principali dell’udienza.

Valerio: “Facciamo una cosa, parliamo uno scemo alla volta, sennò ca’ u ne capiscimu!”
Avv. Piccolo: “Lei ha ucciso delle persone, non le ho uccise io. Lei è un omicida
Valerio: “Le sto pagando. Lei è stato in galera uguale a me, che siamo ex colleghi. Non che io sia un avvocato…”
Avv. Piccolo: “Ma sei un finocchio, sei”
Valerio (rivolto a un imputato): “Cambia avvocato che ti conviene”
Avv. Piccolo: “Pezzo di caramella, che vuoi?”

Il presidente del Collegio, giudice Donatella Bove, interviene più volte minacciando di sospendere l’udienza e sottolineando ciò che è evidente: “Sta veramente degenerando la situazione: silenzio ad entrambi”. Ma il peggio arriva più tardi, quando l’avvocato Piccolo rivolge domande a Valerio inerenti la sua condizione di collaboratore di giustizia: “Senta, lei è pagato dallo Stato? Quanto prende?
Valerio: “Sì, 328 euro”
Avv. Piccolo: “Senta, lei oggi come si chiama? Ha cambiato cognome?”

Il pubblico ministero presenta immediata opposizione alla domanda e la presidente del Collegio richiama l’avvocato: “C’è un programma di protezione, è un collaboratore. La domanda non è ammessa”. Ma l’avvocato aggiunge una frase che aggrava la situazione: “Non sappiamo come si chiama oggi (Valerio). Io penso però di saperlo…”. Il pubblico ministero scatta sulla seggiola perché la nuova identità di Valerio nella vita privata è segreta. La pm Ronchi commenta: “Cosa significa che pensa di saperlo? Perché io non lo so!”. Interviene la giudice Bove: “Lei ha detto: penso di saperlo. Perché?”. L’avvocato risponde: “No, nella mia idea… io immagino, immagino, immagino. Ho fatto un sogno e mi sono dato una… (risposta)”. Il commento finale del collaboratore di giustizia Antonio Valerio si riassume in poche parole: “Minchia, che sicurezza che abbiamo qua! Allora, io sono terrorizzato. Mi viene la pelle d’oca, perché è chiaro i messaggi che mi state mandando. Benissimo, ottimo. Penso a mia figlia minorenne, e sono terrorizzato”.

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