La carta che si riesce a produrre è sempre meno e costa sempre di più. Lo ha sottolineato il presidente dell’Associazione italiana editori in un’audizione al Senato: “Secondo i dati raccolti tra i nostri editori, gli aumenti dei prezzi della carta sono molto variabili e toccano punte dell’80-90%”. Le ragioni sono molteplici e risalgono almeno al 2020, quando i lockdown generalizzati hanno decretato il boom degli acquisti online. La domanda di cartone per imballaggi è schizzata, così molte cartiere hanno riconvertito la produzione per soddisfarla, in molti casi a danno di altri articoli come la carta grafica, cioè quella che viene utilizzata per stampare i libri. Del resto nel 2020 le librerie hanno venduto 200 milioni di copie in meno a vantaggio di ebook e audiolibri, il business ha perso quota e molte cartiere hanno chiuso o ridimensionato l’attività.

A compromettere una situazione già complicata ci si è messa anche la guerra in Ucraina, che ha ridotto l’approvvigionamento di cellulosa, oltre al costo crescente dei carburanti e dell’energia. I macchinari utilizzati per produrre carta infatti impiegano molta energia, non possono essere spenti e per asciugare i fogli serve calore. Per tutte queste ragioni oggi la carta costa moltissimo ed è difficile da reperire. La crisi degli approvvigionamenti ha spinto al rialzo anche le quotazioni dei maceri, che ora diventano un bacino più ambito che in passato, quando l’utilizzo di carta riciclata rispondeva più a una scelta etica che a una necessità: a luglio 2021 il prezzo minimo di una tonnellata di questa materia prima era 66 euro, quest’anno nello stesso periodo è salito a 93 euro.

A preoccupare è la durata della crisi, perché potrebbe mandare a gambe all’aria non solo l’industria editoriale e il suo indotto, ma anche la produzione di carta igienica, imballaggi e incarti per alimenti. Che non si tratti di un rischio astratto lo testimonia la decisione della cartiera Mosaico di Tolmezzo (Gruppo Burgo), che dal 5 settembre ha chiesto la cassa integrazione per 290 lavoratori dello stabilimento, inizialmente per un mese. Il primo reparto a chiudere sarà quello della cellulosa. Ma potrebbe non essere l’unico caso: secondo il report trimestrale della Federazione Carta e Grafica, il 30% degli stabilimenti cartari italiani sta ipotizzando di interrompere la produzione o parte di essa a causa dei maggiori costi.

“Si cercherà di interrompere solamente le produzioni più energivore, come quelle per la produzione di cellulosa, e di limitare l’impatto della cassa integrazione sul personale grazie a una rotazione dei lavoratori”, assicura Giampiero Giliberto, direttore delle Risorse umane del gruppo Burgo. Si tratta di una prima reazione, ma l’azienda si aspetta di dover prendere altre decisioni alla luce degli eventi. Anche in provincia di Lucca, dove si trova il maggior distretto cartario italiano, le difficoltà si fanno sentire. “Quest’anno non abbiamo rinnovato diversi contratti con la grande distribuzione, perché le catene rifiutano di adeguare i prezzi”, spiega Emanuela Baldi, una dipendente della cartiera Royalcarta di Capannori, specializzata in carta assorbente e igienica.

Nello stabilimento la bolletta dell’energia ha subito un aumento del 400%, passando da 7mila a 35mila euro. “Pensare che noi abbiamo anche un impianto fotovoltaico, perciò produciamo da noi buona parte dell’energia che ci serve”, commenta Baldi. Non solo i costi salgono, ma scarseggia anche la materia prima e le consegne si fanno sempre più rade: “A luglio su dieci camion che attendevamo ne sono arrivati soltanto due”.

Se dovesse protrarsi, questa congiuntura potrebbe costringere addirittura a ripensare la didattica nelle scuole e nelle università. “I libri quest’anno sono stati stampati regolarmente, perché la carta utilizzata ce la siamo procurata l’anno scorso. Ma la situazione non è destinata a risolversi domattina”, commenta Simone Lattes, amministratore delegato dell’omonima azienda, che stampa libri di testo per le scuole medie e superiori. Il problema ora riguarda la legatoria e i trasporti. Molti infatti hanno stampato in ritardo e nelle legatorie c’è un “collo di bottiglia” che provoca rallentamenti.

“Il 15% degli autotrasportatori è ucraino e con la guerra è venuta meno anche la forza-lavoro – spiega Lattes citando i dati in suo possesso –. Ora perciò il problema è trovare i camion. Fino a pochi anni fa partivano anche se non erano pieni, adesso invece bisogna aspettare che siano pieni all’inverosimile”. L’editore torinese oggi paga un chilogrammo di carta 1,50 euro, contro gli 80 centesimi degli anni passati. L’editoria scolastica affronta questa crisi dentro una tenaglia: da un lato ci sono gli aumenti, dall’altro ci sono i prezzi dei libri di testo calmierati dallo Stato.

“I libri di testo su listino sono aumentati mediamente dell’1,5% rispetto al 2021, ma ci aspettiamo che raggiungano il 5%”, spiega Paolo Tartaglino, presidente del Gruppo Educativo dell’Associazione Italiana Editori. L’Associazione chiede da tempo l’introduzione di un credito d’imposta per l’acquisto della carta o, in alternativa, di rivedere i tetti di spesa stabiliti dal Ministero, mai adeguati all’inflazione da dieci anni a questa parte. Il rischio naturalmente è che a farne le spese siano le famiglie meno abbienti. Per questo il Miur, anche su pressione degli editori, ha portato a 133 milioni la dotazione del fondo per i “buoni libro” che ogni anno viene erogato alle Regioni, anche se a questo livello la distribuzione avviene a macchia di leopardo e con tempi molto diversi da Regione a Regione. Nel frattempo, oltretutto, l’offerta formativa è stata integrata con la seconda lingua alle medie, l’educazione civica e la didattica digitale.

Il timore è che se i prezzi della carta rimarranno quelli di oggi (ma verosimilmente aumenteranno), lo Stato punti tutte le fiches sul digitale bypassando così il problema dei sussidi. In questo caso la sorte dei libri di testo cartacei sarebbe segnata. “Se succederà, si aprirà una seconda questione: la dotazione tecnologica delle scuole. Ora ci sono i fondi del Pnrr, ma se ci sarà una vera transizione al digitale bisognerà continuare a investire anche dopo, altrimenti è solo uno spot”, osserva Lattes.

Anche l’editoria varia affronta gli stessi problemi. Lo sa bene Marco Rubbettino, direttore generale di Rubbettino Print, che stampa volumi sia per la casa editrice omonima, sia per altri grandi editori nazionali, oltre a produrre packaging in cartoncino. “Gli approvvigionamenti sono molto lunghi: alcuni cartoncini sono mancati per mesi e oggi spendiamo le giornate in trattative con l’ufficio acquisti – spiega sconsolato –. Noi lavoriamo molto anche con le gare d’appalto. La cosa triste è che ci troviamo di fronte a dei burocrati che rifiutano di modificare i prezzi e in questo modo scontiamo un 100% di aumento alla fonte. Se continuano così, sarò costretto a recedere da molti contratti con la pubblica amministrazione”.

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