di Cesare Gigli

Ritengo che la competizione elettorale italiana che avrà il suo culmine il 25 settembre sia tra le meno appassionanti della nostra storia repubblicana. Non solo perché il vincitore è annunciato, non solo perché le accozzaglie tra partiti e movimenti chiamate eufemisticamente alleanze elettorali sono solo una maniera per decidere i posti, senza che ci sia un’effettiva discussione su programmi e obiettivi politici, neanche a breve scadenza. Ma perché in un mondo interconnesso e globale, parlare di politica in maniera così semplicistica e banale è poco, pochissimo, interessante. Dobbiamo partire da alcuni punti fermi: il mondo è governato da un capitale finanziario che si regge su una tecnologia complessa. Tutte e due queste realtà non sono in mano a realtà pubbliche, ma private. Questo relega la politica degli stati a un gioco difensivo sul come impedire che realtà private determinino il futuro dell’intera comunità.

Quando va bene, quando va male, la politica diventa invece mero gioco di poltrone, cosciente ormai che le sorti del mondo vengono decise altrove. Tutto questo, nella piccola periferia vincolata da realtà ben più grandi di lei che è l’Italia, può essere affrontato in due maniere: arroccandosi su un nazionalismo semplice da veicolare, che trova nei deboli e negli indifesi un facile nemico da individuare, e che propone soluzioni roboanti nei toni, ma irrealizzabili nei metodi e impossibili nei meriti. Tale messaggio ha il merito di essere facilmente comprensibile, e di dare alibi a chi lo propone, evitando così sia di assumersi responsabilità di ciò che accade o di trovare soluzioni che possano anche essere scomode.

L’altra maniera, alternativa a questa, è quella di avere un programma anche minimo, ma chiaro e alternativo alla narrazione nazionalista e manichea che tanto fa presa dal punto di vista propagandistico. Ad esempio (questo è ciò che direi io, ma ovviamente non è il vangelo):

1) Ripristino dei diritti civili elementari (matrimonio indipendente dal genere, ius soli e scholae, diritto all’eutanasia);

2) Cambiamento (prima legge della nuova legislatura) della legge elettorale con proporzionale e ripristino delle preferenze;

3) Impiego dei fondi del Pnrr per recuperare in maniera strutturale l’evasione fiscale;

4) Aumento della spesa per scuola e sanità pubblica con relativa centralizzazione del bilancio, diminuzione per le spese militari;

5) lotta indiscriminata al precariato, al lavoro nero, al caporalato;

6) costruzione infrastrutture di base (acquedotti, ferrovie, strade e connessione alla rete) nelle zone più disagiate del paese;

7) spingere per avere il ministro degli Esteri e un esercito solo europei.

Ma noi abbiamo avuto il capolavoro: Enrico Letta e il Pd che sono riusciti nell’impresa di scegliere una terza via: succube alla narrazione nazionalista, visto che risponde a quella senza proporre alternative, e al tempo stesso fautore di un’alleanza elettorale che taglia fuori la parte sinistra della politica. A questo punto, torniamo all’inizio. Competizione elettorale dal risultato scontato e utile solo per assegnare posti di pseudo-potere. Un disastro dal quale usciremo – forse – tra vent’anni. Coraggio, il meglio è passato, come diceva Flaiano.

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